Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese ICT, ha presentato alla Camera dei Deputati il 57° rapporto Il Digitale in Italia il 1 luglio 2026. I numeri dicono che il mercato digitale nazionale ha chiuso il 2025 a 84,4 miliardi di euro, in crescita del 3,4 per cento, mentre la spesa in intelligenza artificiale ha toccato 1,38 miliardi con un balzo del 47,6 per cento. Questo articolo mette in fila i dati del rapporto, spiega perché la stima sull’AI differisce da quella del Politecnico di Milano e ragiona sulla previsione che porta il mercato verso i 97 miliardi entro il 2029.
Indice dei contenuti
ToggleUn mercato che cresce più del PIL
Prima i numeri, poi il contesto. Il rapporto di Anitec-Assinform è arrivato alla cinquantasettesima edizione ed è, per longevità e continuità metodologica, la serie storica più consolidata sul settore ICT italiano. Quando la stessa rilevazione, condotta con gli stessi criteri, registra per anni consecutivi la stessa direzione, il segnale pesa più di qualunque stima isolata. E la direzione, anche quest’anno, è una sola.
La fotografia di fondo è nota agli addetti ai lavori, ma il rapporto la aggiorna con una precisione utile. Il mercato digitale italiano, che comprende dispositivi, sistemi, software, servizi ICT e contenuti, ha raggiunto quota 84,4 miliardi di euro nel 2025. La crescita del 3,4 per cento è più che doppia rispetto a quella dell’economia nazionale nel suo complesso, e conferma una tendenza che dura da anni: il digitale corre, gran parte del resto del sistema produttivo arranca.
Dentro l’aggregato, però, le dinamiche divergono parecchio.
I servizi ICT hanno raggiunto 18,8 miliardi di euro, trainati da intelligenza artificiale, cybersecurity e cloud. La spesa in sicurezza informatica è salita a 2,24 miliardi, in crescita del 12 per cento, sotto la spinta degli obblighi normativi europei e di una pressione degli attacchi che non accenna a calare. Big Data e Analytics valgono 2,1 miliardi, il 10,4 per cento in più rispetto all’anno precedente, mentre l’Internet delle cose arriva a 5,1 miliardi con un più 7 per cento. I segmenti più maturi, a partire dai dispositivi personali, restano piatti o arretrano.
La lezione dei numeri è netta. La crescita non è distribuita in modo uniforme: si concentra nelle tecnologie che abilitano la trasformazione dei processi, quelle che il rapporto chiama digital enabler. Chi vende hardware generico non cresce. Chi vende capacità di trattare dati sì.
La spesa in intelligenza artificiale: 1,38 miliardi, più 47,6 per cento
Il dato che ha aperto tutti i titoli è quello sull’AI: 1,38 miliardi di euro di spesa nel 2025, in crescita del 47,6 per cento sull’anno precedente. Nessun altro segmento del mercato digitale italiano si muove a questa velocità, nemmeno la cybersecurity, che pure viaggia a doppia cifra.
Un balzo di questa portata merita due letture, una ottimista e una prudente.
La lettura ottimista è aritmetica: a un ritmo del 47,6 per cento annuo, la spesa raddoppia in meno di due anni. Le imprese italiane hanno smesso di considerare l’intelligenza artificiale un esperimento da laboratorio e hanno cominciato a metterla a budget, dentro progetti con obiettivi misurabili. La domanda di soluzioni AI traina anche i comparti contigui, dal cloud alla gestione dei dati, perché nessun modello funziona senza infrastruttura e senza dati in ordine.
Cosa comprano, in concreto, le imprese che spingono questo segmento? La composizione della spesa si è spostata negli ultimi due anni dai progetti di analisi predittiva tradizionale verso l’AI generativa applicata ai processi: assistenti per il servizio clienti, strumenti di supporto alla scrittura di codice, sistemi di ricerca documentale su basi di conoscenza interne, primi progetti di automazione con agenti. È una spesa che nasce quasi sempre in un reparto, dimostra un risultato e poi si estende. Il che spiega sia la velocità della crescita sia la sua fragilità: un progetto pilota che delude si chiude con la stessa rapidità con cui era stato approvato.
La lettura prudente è altrettanto aritmetica. Quei 1,38 miliardi valgono poco più dell’1,6 per cento del mercato digitale complessivo. In un Paese con oltre quattro milioni di imprese, la spesa resta concentrata in una fascia ristretta di grandi organizzazioni, a partire da banche, assicurazioni e grande manifattura, con il resto del tessuto produttivo ancora alla finestra. Il valore assoluto, più che il tasso di crescita, misura la distanza dal punto in cui l’AI diventa un fattore di produttività diffuso.
Perché il Politecnico dice 1,8 miliardi: due metodi a confronto
Chi segue il tema ricorderà una cifra diversa: l’Osservatorio del Politecnico di Milano stima il mercato italiano dell’intelligenza artificiale in 1,8 miliardi di euro, un dato già raccontato su questo blog. Da un lato 1,38 miliardi, dall’altro 1,8. Non è un errore di nessuno dei due.
È una differenza di perimetro.
Le rilevazioni di mercato di questo tipo divergono su tre scelte metodologiche. Primo: cosa conta come spesa AI. Si può misurare solo il software e i servizi esplicitamente etichettati come intelligenza artificiale, oppure includere le componenti di consulenza, integrazione e sviluppo interno dei progetti, che spesso pesano più della licenza. Secondo: quando e come si rileva, perché campioni, questionari e finestre temporali diverse producono stime diverse sullo stesso fenomeno. Terzo: dove si traccia il confine con i comparti contigui, cloud e analisi dei dati in testa, che dell’AI sono insieme presupposto e conseguenza.
Le due stime concordano però su ciò che conta davvero.
Entrambe registrano una crescita annua vicina al 50 per cento, entrambe collocano il mercato italiano nell’ordine del miliardo e mezzo di euro, entrambe segnalano la stessa asimmetria tra grandi imprese e PMI. Per un decisore, l’indicazione operativa è identica: l’ordine di grandezza e la direzione contano più del singolo decimale, e chi usa questi numeri per pianificare farebbe bene a citare sempre la fonte e il perimetro della stima.
132.832 imprese e 638.150 addetti: la filiera dietro i numeri
Il rapporto censisce anche l’offerta: 132.832 imprese ICT attive in Italia, con 638.150 addetti. Sono numeri che descrivono un settore rilevante per l’occupazione qualificata, ma anche la sua fragilità strutturale.
Basta una divisione: meno di cinque addetti per impresa, in media.
Il tessuto dell’offerta digitale italiana è fatto in larghissima parte di microimprese di servizi, con poche realtà di scala capaci di presidiare progetti complessi e ad alta intensità di ricerca. Questa frammentazione ha conseguenze pratiche per chi compra: significa un mercato ricco di competenze verticali ma povero di integratori di grandi dimensioni, dove selezionare il fornitore giusto richiede più lavoro che altrove. E ha conseguenze per chi lavora nel settore, perché la competizione per i profili qualificati, in particolare su dati e intelligenza artificiale, si gioca tra migliaia di soggetti piccoli e i grandi gruppi internazionali che reclutano sullo stesso bacino.
La domanda di competenze, segnala da tempo l’associazione, supera stabilmente l’offerta. Ed è un vincolo che nessun aumento della spesa può aggirare: i progetti si fermano dove finiscono le persone in grado di realizzarli.
C’è poi una geografia dentro questi numeri che il dato nazionale nasconde. L’occupazione ICT si concentra in poche aree metropolitane, con la Lombardia in testa per distacco, seguita da Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. Per le imprese che operano fuori da questi poli, trovare fornitori e collaboratori qualificati sul territorio è più difficile, e il lavoro da remoto ha attenuato il problema senza risolverlo. Anche per questo la formazione interna del personale già in organico, più che la ricerca di profili introvabili sul mercato, è diventata la leva su cui molte organizzazioni stanno puntando.
La rotta verso i 97 miliardi del 2029
Le previsioni del rapporto disegnano una traiettoria regolare: 87,4 miliardi di euro nel 2026, 90,6 nel 2027, 94 nel 2028, fino a 97,7 miliardi nel 2029. Una crescita media annua attorno al 3,7 per cento, con l’intelligenza artificiale e la cybersecurity come motori principali e i comparti tradizionali in ruolo di zavorra.
Il punto interrogativo su questa rotta ha un nome preciso: il dopo PNRR.
Una parte non piccola della domanda digitale degli ultimi anni, dalla sanità alla pubblica amministrazione fino agli incentivi alle imprese, è stata alimentata dalle risorse del piano europeo, che si avvia a conclusione. Nella presentazione alla Camera l’associazione ha posto il tema senza giri di parole: esaurita la spinta straordinaria, serve un piano industriale per il digitale che dia continuità agli investimenti, altrimenti la traiettoria verso i 97 miliardi rischia di piegarsi proprio negli anni in cui la competizione internazionale sull’AI si fa più dura.
Non è una richiesta di nuovi sussidi generici. È l’osservazione che i mercati digitali maturi, dalla Francia alla Germania, crescono dove la domanda pubblica e quella privata si muovono dentro una cornice pluriennale prevedibile. L’Italia questa cornice, dopo il 2026, non l’ha ancora scritta.
C’è un secondo elemento di incertezza, meno discusso: la composizione della crescita futura. Se i 13 miliardi in più previsti da qui al 2029 arriveranno soprattutto da AI, cybersecurity e cloud, come indicano le serie del rapporto, il mercato digitale italiano diventerà sempre più un mercato di servizi ad alta intensità di competenze. Il che riporta al vincolo delle persone: una traiettoria di domanda credibile senza una traiettoria parallela di formazione produce solo inflazione delle tariffe, non più progetti realizzati.
La lettura per le imprese: prima le competenze, poi gli acquisti
Per un’impresa o uno studio professionale, i numeri di Anitec-Assinform contengono un’indicazione pratica più utile di qualunque previsione: il mercato dell’AI cresce del 47,6 per cento, ma la crescita della spesa non coincide con la crescita dei risultati. La differenza la fanno due fattori che nei rapporti di mercato compaiono solo di sfondo, la preparazione delle persone e la solidità del quadro di regole.
Sul primo fronte, investire in strumenti senza investire in chi li usa produce licenze inutilizzate: per questo AIPIA propone alle imprese percorsi di formazione aziendale sull’intelligenza artificiale costruiti sui processi reali di chi partecipa, non su casi di scuola. Sul secondo, ogni euro di spesa AI dal 2026 in avanti va pianificato dentro gli obblighi del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act): la guida operativa all’AI Act curata da AIPIA aiuta a capire quali adempimenti riguardano davvero la propria organizzazione, prima di firmare contratti con i fornitori.
C’è infine una sequenza ragionevole che i numeri del rapporto suggeriscono a chi parte adesso. Prima capire quali processi della propria organizzazione generano dati utilizzabili e dove un modello può togliere lavoro ripetitivo, poi formare le persone che quei processi li governano, e solo alla fine scegliere gli strumenti, con contratti che prevedano metriche di risultato e vie di uscita. Chi inverte l’ordine, e parte dall’acquisto, finisce quasi sempre nel censimento dei progetti pilota abbandonati. La spesa conta nelle statistiche di mercato; nei bilanci aziendali conta quello che la spesa restituisce.
Resta il fatto che il rapporto fotografa un Paese a due velocità anche dentro il digitale. Il 47,6 per cento di crescita dell’AI è il numero che finisce nei titoli. L’1,6 per cento di peso sul mercato complessivo è quello che descrive il lavoro ancora da fare.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
























