Nel 2025 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto all’anno precedente. Il dato arriva dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, presentato all’inizio del 2026. Una cifra che, isolata, racconta un mercato in piena espansione.
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ToggleLetta nei suoi dettagli, racconta invece una corsa a due velocità.
Perché il 77% di quel valore riguarda progetti su misura, costruiti caso per caso. Il 71% delle grandi imprese ha avviato iniziative di AI, ma solo una su cinque la usa in modo pervasivo. E mentre l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di intelligenza artificiale generativa, otto lavoratori su dieci dichiarano di usare strumenti AI che l’azienda non ha fornito loro. Sotto la crescita aggregata c’è una distanza che si allarga.
Il +50% e cosa lo alimenta
Una crescita del 50% in un anno è il segno di un mercato che esce dalla fase sperimentale. Le imprese non stanno più solo testando: stanno spendendo. Ma la composizione di quella spesa dice molto su quanto sia matura davvero.
Il dato del 77% di progetti custom è il più indicativo.
In un mercato maturo, la quota maggiore della spesa va a soluzioni standardizzate, prodotti pronti che molte aziende adottano nello stesso modo. La prevalenza di progetti su misura segnala l’opposto: ogni impresa costruisce la propria soluzione da zero, perché mancano prodotti consolidati adatti al suo caso o perché manca la competenza per adattare uno strumento esistente. È costoso, è lento, e premia chi ha budget e personale tecnico.
Questo spiega perché la crescita sia trainata dalle grandi imprese. Un progetto su misura richiede risorse che una PMI raramente possiede. Il mercato cresce, ma cresce soprattutto dove c’era già la capacità di assorbirlo.
C’è però una lettura più benevola del 77%, e va considerata per onestà. In una fase iniziale di un mercato, i progetti su misura sono inevitabili, perché le imprese stanno ancora capendo dove l’AI serve e i fornitori stanno ancora imparando a confezionare prodotti standard. Una parte di quei progetti custom è, in realtà, il laboratorio da cui nasceranno i prodotti pronti di domani. Il problema non è quindi il 77% in sé, ma la sua persistenza: se tra due anni la quota fosse ancora così alta, vorrebbe dire che il mercato non è riuscito a consolidare nulla, e che ogni impresa continua a reinventare la ruota a caro prezzo.
Il 71% che ha progetti e l’uno su cinque che la usa davvero
C’è una differenza profonda tra avere progetti di AI e usare l’AI in modo pervasivo. La prima è una dichiarazione di intenti, spesso accompagnata da un budget e da un comunicato. La seconda è un cambiamento dei processi che attraversa l’azienda.
Il 71% delle grandi imprese ha progetti. Solo il 20% li ha portati a permeare l’operatività.
Lo scarto tra questi due numeri è il vero indicatore di maturità. Misura quante aziende hanno superato la fase pilota, quel momento in cui un reparto sperimenta uno strumento su un caso isolato e poi non riesce a estenderlo. Il pilota che non scala è il fallimento più diffuso e meno raccontato dell’adozione dell’AI, perché non produce un crollo visibile: produce un progetto che resta confinato, una spesa che non si trasforma in valore diffuso.
Il salto dal pilota all’uso pervasivo non è tecnologico. È organizzativo. Richiede di ridisegnare flussi di lavoro, formare interi reparti, accettare che alcune mansioni cambino. È la parte difficile, quella che la maggioranza delle grandi imprese italiane non ha ancora affrontato.
Vale la pena guardare cosa fanno, concretamente, le aziende dell’uno su cinque che ci sono riuscite. Non hanno comprato più tecnologia delle altre. Hanno fatto una cosa diversa: hanno trattato l’introduzione dell’AI come un progetto di cambiamento organizzativo, con un responsabile, obiettivi misurabili, un piano di formazione esteso a tutti i reparti coinvolti e non solo a quello pilota. Hanno accettato che il primo anno servisse a costruire competenza più che a tagliare costi. È un investimento di pazienza, prima che di denaro, e spiega perché siano così poche: la pazienza organizzativa è una risorsa più rara del budget.
La ragione per cui il pilota non scala è quasi sempre la stessa, e non è quella che si racconta. Non è che lo strumento non funzioni. Funziona, nel reparto che lo ha sperimentato, con le persone che lo hanno scelto e che ci credono. Smette di funzionare quando lo si estende a reparti che non sono stati coinvolti, che non capiscono perché dovrebbero cambiare il loro modo di lavorare, che vedono l’AI come un’imposizione dall’alto. Il pilota muore al confine tra chi l’ha voluto e chi lo subisce. E quel confine si attraversa solo con la formazione di chi sta dall’altra parte, non con un’altra licenza software.
Una grande impresa su cinque ha capito questo. Le altre quattro hanno fermato il progetto al primo reparto, e lo chiamano comunque adozione.
L’84% di licenze e l’AI ombra dei dipendenti
Il dato più rivelatore è l’ultimo. L’84% delle grandi aziende ha licenze di AI generativa, ma otto lavoratori su dieci usano strumenti che l’azienda non ha messo a disposizione.
È la fotografia di un’adozione che parte dal basso e che il vertice non governa.
I dipendenti hanno scoperto che l’intelligenza artificiale rende più rapido scrivere una mail, sintetizzare un documento, abbozzare un’analisi. E la usano, con i loro account personali, fuori da qualsiasi controllo aziendale. È la cosiddetta AI ombra, e pone problemi concreti: dati riservati incollati in servizi esterni, risultati non verificati che entrano nei processi, nessuna tracciabilità.
L’84% di licenze, in questo quadro, racconta una risposta del management spesso scollegata dai bisogni reali. L’azienda compra le licenze ufficiali, magari per il reparto sbagliato, mentre il lavoro vero passa per strumenti non autorizzati che funzionano meglio. La distanza tra le due cose è la distanza tra una strategia dichiarata e una pratica subìta.
Governare questa realtà richiede formazione, non divieti. Un dipendente formato sa quali dati non deve mai inserire in uno strumento esterno e quale strumento aziendale usare al suo posto. AIPIA affronta proprio questo nodo con i suoi percorsi formativi sull’AI, che partono dall’uso quotidiano reale invece che dalle policy teoriche.
Il divieto, peraltro, è la risposta peggiore, perché non funziona. Vietare ai dipendenti di usare strumenti che li rendono più rapidi spinge l’uso nella clandestinità, non lo elimina. La persona continua a usare l’AI, ma di nascosto, evitando di lasciare tracce, eludendo i controlli. Il risultato è il peggiore dei due mondi: i rischi dell’AI ombra restano tutti, e in più l’azienda perde ogni possibilità di indirizzare quell’uso verso strumenti sicuri e processi corretti. La proibizione produce esattamente l’opacità che vorrebbe evitare.
Le PMI come spettatrici di un mercato che cresce
Se le grandi imprese alimentano il +50%, le PMI restano in larga parte fuori. Il mercato dei progetti su misura non le riguarda, perché non possono permettersi soluzioni costruite da zero. E il mercato dei prodotti pronti, quelli che potrebbero usare, è ancora sottile.
Questo le condanna al ruolo di spettatrici di una crescita che cambia il loro contesto competitivo senza coinvolgerle.
Quando il mercato maturerà e i prodotti standardizzati diventeranno la norma, le PMI avranno finalmente strumenti accessibili. Ma a quel punto avranno anche un ritardo di competenze accumulato negli anni in cui le grandi imprese costruivano la propria capacità interna. La crescita del mercato, paradossalmente, può allargare il divario invece di ridurlo.
Le PMI possono però usare questa fase a proprio favore, invece di subirla. Mentre le grandi imprese spendono milioni in progetti su misura, la piccola impresa può imparare dai loro errori a costo zero, evitando di ripeterli, e prepararsi al momento in cui i prodotti pronti la renderanno competitiva. La preparazione, in questo caso, non costa la tecnologia, costa la formazione. Una PMI che oggi forma due persone a comprendere il mercato dell’AI, anche senza ancora adottarla in pieno, sarà pronta a muoversi in fretta quando il prodotto giusto arriverà. È la differenza tra spettatore passivo e spettatore che studia la partita. AIPIA accompagna questa preparazione con percorsi di formazione aziendale sull’AI calibrati sulla dimensione della piccola impresa.
Maturità misurata in competenze, non in fatturato
1,8 miliardi e un +50% sono numeri che fanno notizia. Ma la maturità di un mercato non si misura dal fatturato che genera. Si misura da quanto valore quel fatturato produce nelle imprese che spendono.
I segnali raccontano un mercato ancora giovane: troppi progetti su misura, troppe iniziative ferme alla fase pilota, troppa adozione che il management non governa. La spesa cresce più in fretta della capacità di trasformarla in produttività.
Questo scarto tra spesa e produttività è il rischio che la crescita a doppia cifra nasconde. Un mercato può gonfiarsi per anni senza che il valore creato segua, se le imprese comprano più di quanto sappiano usare. È successo in altre stagioni tecnologiche, quando l’entusiasmo per uno strumento ha preceduto la capacità di metterlo a frutto, e il conto è arrivato dopo, sotto forma di investimenti svalutati. L’intelligenza artificiale non sfugge a questa legge. Gli 1,8 miliardi del 2025 diventeranno valore solo nella misura in cui le imprese costruiranno le competenze per trasformarli in processi migliori. Altrimenti resteranno un numero che cresce su un grafico, mentre la produttività resta ferma.
Conviene allora leggere gli 1,8 miliardi per quello che sono, un indicatore di attività più che di risultato. Dicono che le imprese italiane hanno smesso di stare a guardare e hanno cominciato a spendere. Non dicono ancora se quella spesa le sta rendendo migliori. Sarà il dato dei prossimi anni, quello sull’uso pervasivo e sulla produttività, a rivelarlo, e su quel terreno la partita è tutta aperta.
Il prossimo salto non si comprerà con un altro miliardo di investimenti. Si costruirà nelle aziende che avranno trasformato l’uso pervasivo dell’AI da slogan a pratica, e l’avranno fatto formando le persone prima di firmare le licenze. Il fatturato del mercato dirà sempre meno; quello che le imprese sapranno farci, sempre di più.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
