Digital Realty ha annunciato un investimento da 1,3 miliardi di euro per la costruzione di un campus di data center ad Abbiategrasso, nell’area della ex Ropal, a sud-ovest di Milano il 10 luglio 2026. Quattro edifici, 94 megawatt di potenza complessiva, il primo operativo nel 2028. L’annuncio non è un episodio isolato: secondo i dati del Politecnico di Milano l’Italia conta oggi 200 data center attivi, 83 in costruzione e investimenti attesi per oltre 25 miliardi di euro tra il 2026 e il 2028. Questo articolo ricostruisce il progetto lombardo, il profilo dell’investitore e le ragioni per cui il Paese è diventato una delle destinazioni più corteggiate d’Europa per le infrastrutture digitali.
Indice dei contenuti
ToggleIl progetto di Abbiategrasso: quattro edifici e 94 megawatt
Il campus sorgerà su un’area industriale dismessa, quella della ex Ropal, e questo è il primo elemento da registrare: il progetto non consuma suolo agricolo ma riconverte un sito produttivo abbandonato, un modello che i comuni dell’hinterland milanese guardano con crescente interesse.
I numeri dichiarati dall’azienda descrivono un’opera in più fasi. Il primo dei quattro data center entrerà in funzione nel 2028 con 8 megawatt di potenza; gli altri tre seguiranno entro il 2030, fino a raggiungere i 94 megawatt complessivi di capacità di connessione. L’investimento dichiarato è di 1,3 miliardi di euro, con una ricaduta occupazionale stimata dall’azienda e riportata dalla stampa locale fino a 200 posti di lavoro.
Chi occuperà quegli edifici? Il modello della colocation prevede che gli spazi vengano affittati a clienti diversi: operatori cloud in cerca di capacità aggiuntiva per le proprie region italiane, fornitori di servizi AI che hanno bisogno di potenza di calcolo vicina al mercato, grandi imprese che vogliono uscire dalle proprie sale server senza consegnare tutto a un unico fornitore. La committenza, in progetti di questa scala, si forma in larga parte prima ancora che il cantiere apra: gli operatori firmano contratti pluriennali sulla capacità futura, ed è quella visibilità sui ricavi a giustificare l’investimento iniziale.
La collocazione non è casuale.
Il campus è pensato per instradare una parte del traffico dati che viaggia sui cavi sottomarini con approdo in Liguria, la porta d’ingresso mediterranea dei collegamenti tra Europa, Africa e Asia. Abbiategrasso diventa così un nodo di transito tra gli approdi liguri e l’area milanese, dove si concentrano gli internet exchange e le region cloud dei grandi operatori. Per il traffico digitale del Nord Italia, un punto di snodo in più a poche decine di chilometri dal capoluogo lombardo.
Chi è Digital Realty e perché punta sull’Italia
Digital Realty è una società statunitense quotata, attiva da circa vent’anni, con oltre 300 data center nel mondo e un azionariato che comprende grandi investitori istituzionali come BlackRock e il fondo sovrano norvegese gestito da Norges Bank. Non un operatore di nicchia, quindi, ma uno dei maggiori proprietari e gestori di infrastrutture digitali del pianeta, specializzato nella cosiddetta colocation: costruisce e gestisce gli edifici, l’alimentazione e la connettività, e affitta lo spazio a imprese, operatori cloud e fornitori di servizi.
L’Italia è entrata nei suoi piani da poco ma con decisione. In aprile 2026 la società aveva annunciato l’intenzione di investire circa 2 miliardi di euro nel Paese nell’arco di cinque anni, con Milano come primo presidio e una prospettiva di integrazione con l’area romana. Abbiategrasso è la prima concretizzazione di quel piano, e ne assorbe da sola quasi due terzi.
La logica industriale è quella mediterranea. I mercati storici europei dei data center, Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, sono vicini alla saturazione: aree disponibili scarse, tempi di allacciamento lunghi e, in alcuni casi, vere e proprie moratorie amministrative sulle nuove costruzioni. Gli operatori cercano capacità altrove, e il Sud Europa offre ciò che al Nord manca: spazio, approdi di cavi sottomarini in crescita e una domanda locale ancora largamente insoddisfatta. In questa geografia Milano è il candidato naturale a diventare il polo di riferimento dell’area mediterranea.
Un cantiere nazionale da 25 miliardi in tre anni
Il progetto di Abbiategrasso va letto dentro una serie che negli ultimi diciotto mesi si è fatta fitta: campus annunciati o in costruzione nell’hinterland milanese, nel Nord-Ovest, nel Lazio, con operatori internazionali e sviluppatori specializzati in gara per le aree migliori. La stima del Politecnico di Milano fissa il perimetro: 200 strutture attive, 83 cantieri aperti, oltre 25 miliardi di investimenti attesi nel triennio 2026-2028.
Per capire la scala: è una cifra paragonabile a quella di una grande opera infrastrutturale nazionale, concentrata però in un arco di tempo molto più breve e finanziata quasi interamente da capitali privati.
La distribuzione territoriale resta sbilanciata. La Lombardia concentra la quota più alta di strutture e di progetti, per ragioni che si sommano: la densità di imprese clienti, la presenza del principale internet exchange nazionale, la vicinanza agli approdi liguri dei cavi sottomarini, la disponibilità di aree industriali dismesse da riconvertire e un tessuto di operatori specializzati nella progettazione e nella manutenzione di questi impianti. Le altre regioni inseguono, con Roma in crescita sul versante degli operatori cloud e qualche progetto rilevante nel Nord-Est.
Una concentrazione che produce valore, ma anche attriti: i comuni dell’area milanese ricevono più richieste di insediamento di quante il territorio e la rete possano assorbirne nei tempi richiesti dagli investitori.
Nel confronto europeo, il mercato italiano parte da una base ancora piccola rispetto a Germania, Regno Unito e Paesi Bassi, ed è proprio questo il suo argomento di vendita: i margini di crescita sono ampi dove l’infrastruttura esistente è sottodimensionata rispetto all’economia che deve servire. L’Italia è l’ottava economia mondiale, ma per capacità installata di data center è rimasta a lungo fuori dalla prima fascia continentale. Gli investitori scommettono sulla chiusura di questo divario, non sulla sua persistenza.
Perché l’intelligenza artificiale moltiplica la domanda
Fino a pochi anni fa la domanda di data center in Italia era trainata dalla migrazione al cloud delle imprese e della pubblica amministrazione. Quella spinta non si è esaurita, ma sopra si è aggiunto un moltiplicatore: l’intelligenza artificiale.
I carichi di lavoro AI cambiano la natura stessa degli impianti. I sistemi per l’addestramento e l’esecuzione dei modelli richiedono densità di potenza per armadio molto superiori a quelle del cloud tradizionale, e quindi edifici progettati in modo diverso fin dalle fondamenta. Al tempo stesso, l’esecuzione dei modelli per gli utenti finali, la cosiddetta inference, premia la vicinanza geografica: rispondere in tempi rapidi a milioni di richieste conviene farlo da strutture vicine a chi le genera, non da un altro continente.
C’è poi il capitolo della residenza dei dati. Molte imprese e amministrazioni italiane, per obblighi normativi o per scelta prudenziale, chiedono che i propri dati e i propri carichi AI restino su territorio nazionale o europeo. I principali operatori cloud hanno aperto region italiane a Milano negli ultimi anni proprio per rispondere a questa domanda, e i campus di colocation come quello di Abbiategrasso sono l’infrastruttura fisica che rende possibile l’espansione. Per le imprese che spostano carichi di intelligenza artificiale in cloud, la scelta del fornitore e della localizzazione dei dati è ormai anche una questione di conformità: la guida operativa all’AI Act curata da AIPIA aiuta a inquadrare gli obblighi che ricadono su chi utilizza questi sistemi.
Il collo di bottiglia: permessi e connessioni alla rete
Se la domanda abbonda e i capitali pure, cosa frena? Due cose, soprattutto.
La prima è amministrativa. In Italia il data center non ha ancora una qualificazione urbanistica univoca a livello nazionale: ogni comune lo inquadra secondo i propri strumenti, tra destinazione industriale, logistica e direzionale, con esiti e tempi difficili da prevedere. Gli operatori chiedono da tempo una disciplina nazionale che definisca categorie e procedimenti; in sua assenza, alcune regioni hanno cominciato a muoversi con norme proprie. Il risultato è un mosaico in cui la velocità di un progetto dipende più dal singolo sportello comunale che dalla qualità del piano industriale.
La seconda è la connessione alla rete di trasmissione elettrica. Le richieste di allacciamento presentate dagli sviluppatori di data center hanno raggiunto volumi molto superiori alla capacità che il sistema può mettere a disposizione nei tempi desiderati, anche perché una parte delle domande è presentata a scopo prenotativo, per opzionare capacità su progetti che forse non si faranno mai. Distinguere le iniziative solide dalle prenotazioni speculative è diventato uno dei compiti più delicati del gestore di rete, e per gli investitori seri i tempi di allacciamento sono ormai la variabile decisiva nella scelta del sito.
I tempi raccontano il problema meglio delle categorie giuridiche. Tra l’individuazione dell’area, le autorizzazioni, l’allacciamento e la costruzione, un campus come quello di Abbiategrasso richiede in Italia diversi anni di lavoro preparatorio prima che il primo server si accenda: l’annuncio del 10 luglio arriva a valle di un percorso lungo, e il primo edificio è previsto in esercizio solo nel 2028. In un settore in cui la domanda di capacità AI cresce di trimestre in trimestre, ogni anno di attesa amministrativa è capacità che si insedia altrove, in Spagna o in Francia, dove i procedimenti corrono più veloci.
Non è un dettaglio tecnico. È la ragione per cui i 25 miliardi attesi restano, appunto, attesi: la differenza tra gli annunci e i megawatt effettivamente in esercizio si gioca tutta qui.
Duecento posti di lavoro: il conto vero per il territorio
La cifra occupazionale dichiarata per Abbiategrasso, fino a 200 posti di lavoro, merita una lettura onesta. Un data center è un’infrastruttura ad altissima intensità di capitale e a bassa intensità di lavoro diretto: 1,3 miliardi di euro per 200 posti significano oltre 6 milioni di investimento per addetto, un rapporto lontanissimo da quello di una fabbrica tradizionale.
Sarebbe però il metro sbagliato.
Come in altri comuni interessati da progetti simili, anche ad Abbiategrasso la discussione pubblica si muoverà tra due poli: da una parte l’occasione di riqualificare un’area dismessa e attrarre un investimento miliardario, dall’altra la richiesta, legittima, di capire cosa il territorio riceve in cambio e con quali garanzie. È un negoziato che conviene fare con i numeri in mano, non con gli slogan, perché il rapporto tra costi e benefici di un data center è meno intuitivo di quello di una fabbrica.
Il valore per il territorio passa da altri canali: gli anni di cantiere, che muovono centinaia di lavoratori dell’edilizia e dell’impiantistica; la filiera elettrica e meccanica che fornisce e mantiene gli impianti; gli oneri e le compensazioni verso il comune; la riqualificazione di un’area industriale abbandonata. E soprattutto il valore abilitante: la capacità di calcolo installata vicino alle imprese è la condizione perché quelle imprese possano portare i propri progetti di intelligenza artificiale su infrastrutture nazionali, con latenze basse e dati che non lasciano il Paese. Perché quel valore si trasformi in produttività, però, servono organizzazioni capaci di usarlo: è il terreno su cui AIPIA lavora con i percorsi di formazione aziendale sull’intelligenza artificiale rivolti a imprese e studi professionali.
Un secolo fa i territori si contendevano le centrali elettriche, che dentro impiegavano poche decine di persone e fuori alimentavano interi distretti industriali. I data center stanno al lavoro della conoscenza come quelle centrali stavano alla manifattura: pochi addetti oltre la recinzione, un’economia intera attaccata ai cavi.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
























