Associazione IA

AIPIA nella European AI Alliance: cosa significa sedere al tavolo europeo

AIPIA è stata ammessa nella European AI Alliance, il forum consultivo con cui la Commissione europea raccoglie dal 2018 i contributi di imprese, mondo accademico e società civile sulla politica dell’intelligenza artificiale il 26 giugno 2025. Per un’associazione professionale italiana nata per rappresentare chi lavora con l’AI, l’ingresso in quel forum non è una riga in più nella pagina delle affiliazioni: è l’accesso al canale attraverso cui, negli ultimi anni, sono passate le idee che poi sono diventate regole. Questo articolo spiega cos’è l’Alliance, come ha inciso concretamente sul percorso che ha portato all’AI Act, cosa ci fa un’associazione di professionisti a quel tavolo e cosa cambia, in pratica, per chi è iscritto.

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Cos’è la European AI Alliance e perché la Commissione l’ha creata

La European AI Alliance nasce nel giugno 2018, quando la Commissione europea decide che la propria strategia sull’intelligenza artificiale non può essere scritta soltanto dai funzionari di Bruxelles. Serve un luogo dove raccogliere in modo continuativo il punto di vista di chi l’AI la sviluppa, la usa, la studia e la subisce: aziende tecnologiche, PMI, università, organizzazioni dei consumatori, sindacati, associazioni professionali. L’Alliance è quel luogo: una piattaforma di consultazione permanente, aperta su candidatura, che nel tempo ha raccolto migliaia di membri da tutta Europa e non solo.

Nella pratica l’Alliance vive su due binari. Il primo è la piattaforma online, dove la Commissione pubblica documenti in consultazione, questionari e richieste di contributi, e dove i membri discutono e depositano osservazioni. Il secondo è l’appuntamento in presenza: l’assemblea annuale dell’Alliance riunisce i membri con i funzionari della Commissione e i responsabili delle politiche digitali, ed è uno dei pochi luoghi in cui una PMI o un’associazione può porre una domanda diretta a chi scrive le bozze dei provvedimenti.

Non è un organo decisionale. Non vota regolamenti, non emette pareri vincolanti, non ha un bilancio da gestire.

La sua funzione è un’altra, e chi conosce i meccanismi delle istituzioni europee sa quanto pesi: è il punto di ingresso formale delle osservazioni dei portatori di interesse nel ciclo di vita delle politiche sull’AI. Quando la Commissione prepara una comunicazione, un codice di condotta o un atto di indirizzo, le consultazioni passano di lì. Quando serve una reazione rapida della comunità su un documento in bozza, la richiesta arriva lì. Chi è dentro riceve le domande giuste al momento giusto; chi è fuori legge i risultati sulla Gazzetta ufficiale, quando ormai la partita è chiusa.

Dal forum alle regole: i 52 esperti e le linee guida del 2019

Il legame tra l’Alliance e le norme che oggi le imprese devono rispettare non è teorico. Nel 2018 la Commissione affianca al forum un gruppo di alto livello, l’AI HLEG, composto da 52 esperti indipendenti, con il compito di elaborare raccomandazioni. L’Alliance viene concepita fin dall’inizio come la cassa di risonanza di quel gruppo: le bozze dell’HLEG passano per la piattaforma, raccolgono centinaia di commenti, tornano riviste.

Il risultato più noto sono le Ethics Guidelines for Trustworthy AI, pubblicate nell’aprile 2019: il documento che ha fissato i sette requisiti dell’AI affidabile, dalla supervisione umana alla trasparenza fino alla responsabilità. Chi ha letto l’AI Act riconosce in quelle pagine l’ossatura concettuale del regolamento arrivato cinque anni dopo. Il Regolamento UE 2024/1689 non è nato in un ufficio chiuso: è il punto di approdo di un processo consultivo cominciato proprio nell’Alliance, passato per le linee guida etiche, per il Libro bianco del 2020 e per le consultazioni pubbliche che ne sono seguite.

Vale la pena notare la scala temporale: dal lancio dell’Alliance nel 2018 all’entrata in vigore del regolamento nel 2024 sono passati sei anni, e in mezzo ci sono state consultazioni pubbliche con migliaia di risposte, revisioni del testo, negoziati tra Parlamento e Consiglio. Ogni passaggio ha lasciato tracce riconducibili ai contributi raccolti nel forum.

La lezione di quel percorso è semplice. In Europa le regole sull’AI si scrivono in anni, non in settimane, e chi partecipa alle fasi iniziali orienta il risultato molto più di chi protesta alla fine.

Il banco di prova più recente: il Codice di condotta GPAI

L’esempio più vicino nel tempo è il Codice di condotta per i modelli di AI per finalità generali, i GPAI. Il 10 luglio 2025 la Commissione ha ricevuto la versione finale del General-Purpose AI Code of Practice, lo strumento con cui i fornitori di modelli come GPT, Claude e Gemini possono dimostrare l’adeguamento agli obblighi dell’AI Act in materia di trasparenza, diritto d’autore e sicurezza. La stesura è durata mesi e ha coinvolto, secondo i dati della Commissione, quasi mille portatori di interesse tra fornitori di modelli, ricercatori, organizzazioni della società civile e associazioni.

Il documento finale si articola in tre capitoli, trasparenza, diritto d’autore, sicurezza, e chi lo confronta con le bozze intermedie circolate durante la stesura vede quanto le osservazioni dei partecipanti abbiano spostato formulazioni, soglie e adempimenti. Non tutte le richieste sono state accolte, com’è ovvio in un negoziato con mille voci. Ma la distanza tra la prima bozza e il testo consegnato alla Commissione è la misura esatta di quanto valga esserci.

Quel processo è il modello di ciò che accadrà ancora. L’AI Act rinvia in decine di punti a strumenti attuativi: codici di condotta, norme tecniche armonizzate, linee guida interpretative, atti di esecuzione. Ognuno di questi passaggi aprirà consultazioni, e ognuna di quelle consultazioni passerà per i canali in cui l’Alliance ha un ruolo di primo piano. La scrittura delle regole europee sull’AI non è finita con la pubblicazione del regolamento: è appena entrata nella fase più operativa, quella in cui si decide cosa significano le parole in concreto.

Per chi lavora con l’AI ogni giorno, è la fase che conta di più.

Cosa ci fa un’associazione professionale italiana a quel tavolo

Dentro l’Alliance siedono soprattutto grandi imprese tecnologiche, centri di ricerca e organizzazioni di rappresentanza industriale. La voce dei professionisti, quella di chi applica l’AI negli studi, nelle PMI e nelle organizzazioni italiane, è storicamente sottorappresentata. È il vuoto che AIPIA ha scelto di occupare con la propria adesione, raccontata nella pagina dedicata alla partecipazione di AIPIA alla European AI Alliance. Sul ruolo più generale delle associazioni professionali nella governance dell’intelligenza artificiale questo blog ha già pubblicato un’analisi dedicata, e non è il caso di ripeterla qui.

Il punto specifico è un altro: la differenza di prospettiva. Un fornitore di modelli guarda le regole dal lato di chi deve rispettarle nella produzione; un professionista le guarda dal lato di chi deve applicarle nei progetti dei clienti, spiegarle nelle aziende, tradurle in procedure che un ufficio di tre persone possa davvero seguire. Quando una consultazione chiede se un obbligo di documentazione è sostenibile, la risposta di chi lavora sul campo in Italia è un dato che Bruxelles non può ricavare altrimenti.

C’è poi una questione di credibilità interna. Un’associazione che rilascia attestazioni di qualità professionale ai sensi della Legge 4/2013 e Credenziali Digitali Europee con sigillo eIDAS, come prima associazione italiana autorizzata dalla Commissione in questo ruolo, ha bisogno di stare dove gli standard si discutono. Sedere nell’Alliance significa conoscere gli orientamenti prima che diventino testi definitivi, e allineare per tempo formazione e credenziali a ciò che l’Europa sta per chiedere.

Come la voce dei professionisti entra nel policy making

Il meccanismo concreto è meno solenne di quanto suggerisca l’espressione policy making, ed è fatto di scadenze. La Commissione pubblica una bozza o un questionario, fissa una finestra di risposta, raccoglie i contributi, pubblica una sintesi e ne tiene conto nella versione successiva. Chi risponde con osservazioni documentate e casi concreti pesa; chi manda dichiarazioni di principio viene archiviato con cortesia.

Il lavoro utile, quindi, avviene prima della scadenza: raccogliere dai propri iscritti i problemi reali, dai costi di adeguamento alle ambiguità interpretative, aggregarli e trasformarli in osservazioni tecniche firmate da un soggetto rappresentativo. È esattamente il tipo di lavoro per cui un’associazione professionale esiste. Il singolo consulente non ha né il tempo né il peso per rispondere a una consultazione europea; mille professionisti rappresentati da un’associazione che siede nel forum, sì.

Funziona anche in senso inverso. Le informazioni che circolano nell’Alliance, dagli orientamenti sulle linee guida ai calendari attuativi, arrivano all’associazione con un anticipo che i canali pubblici non danno, e da lì si riversano in webinar, guide operative e programmi dei corsi. La partecipazione al tavolo europeo non produce solo rappresentanza in uscita: produce conoscenza in entrata.

C’è infine il raccordo con il livello nazionale. La Legge 23 settembre 2025, n. 132, che ha adeguato l’ordinamento italiano all’AI Act, ha aperto a sua volta una stagione di attuazione fatta di decreti, linee guida e prassi delle autorità designate. Le due partite, quella europea e quella italiana, si parlano di continuo: un’interpretazione che matura a Bruxelles orienta gli uffici romani, e un problema applicativo emerso in Italia è materiale utile per la consultazione europea successiva. Un’associazione presente su entrambi i piani può fare da cerniera; una presente su uno solo vede metà del campo.

Cosa cambia per chi è iscritto

Resta legittima una domanda: a un professionista che segue i propri clienti tra Milano e Bari, del forum di Bruxelles cosa importa? La risposta sta nella velocità con cui le decisioni europee diventano vincoli quotidiani. L’articolo 4 sull’alfabetizzazione, gli obblighi di trasparenza, le regole sui sistemi ad alto rischio: tutto ciò che oggi compare nei contratti e nei capitolati è passato, tre o quattro anni prima, per documenti discussi in quel circuito.

Per il singolo socio, l’adesione di AIPIA all’Alliance si traduce in tre cose misurabili. La prima è l’aggiornamento anticipato: sapere a settembre cosa diventerà prassi a marzo vale, per un consulente, la differenza tra proporre ai clienti un adeguamento ordinato e inseguire un’emergenza. La seconda è la qualità dei materiali: i contenuti formativi e le guide dell’associazione si appoggiano a ciò che matura nei processi consultivi europei, non a riassunti di seconda mano. La terza è la rappresentanza: le difficoltà segnalate dai soci hanno un canale formale per arrivare dove le regole si scrivono.

Un esempio concreto del terzo punto: quando una consultazione europea tocca gli obblighi di alfabetizzazione dell’articolo 4, l’esperienza accumulata dai soci nelle aziende italiane, cosa funziona nei percorsi formativi, dove le imprese si bloccano, quali evidenze chiedono i clienti, diventa materia prima per il contributo dell’associazione. Il feedback non nasce in una segreteria: nasce nel lavoro quotidiano degli iscritti.

Chi vuole far parte di questo circuito trova nella pagina di iscrizione ad AIPIA le modalità di adesione, dalla quota individuale di 24 euro all’anno ai piani per le aziende. Non è richiesto alcun requisito di ingresso tecnico: l’associazione è aperta a chi con l’AI lavora già e a chi sta costruendo ora le proprie competenze.

Resta un dato di fondo, che vale più di ogni beneficio individuale. Le regole europee sull’intelligenza artificiale continueranno a essere scritte, riviste e interpretate per anni, e lo saranno con o senza il contributo di chi le dovrà applicare in Italia. La differenza tra subire quel processo e parteciparvi passa per luoghi precisi, con nomi precisi. La European AI Alliance è uno di questi, e dal 26 giugno 2025 la voce dei professionisti italiani dell’AI, lì dentro, ha una sedia con il proprio nome.

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