Normativa AI

Relazione annuale del Garante Privacy: AI e tutela dei minori al centro dell’attività 2025

Il Garante per la protezione dei dati personali ha presentato il 2 luglio 2026 la Relazione annuale sull’attività svolta nel 2025: 807 provvedimenti collegiali, 4.288 reclami trattati, 145.846 segnalazioni ricevute, 130 ispezioni e sanzioni riscosse per oltre 37 milioni di euro. Dietro i numeri, la Relazione racconta un’Autorità che ha spostato il proprio baricentro: l’intelligenza artificiale e la tutela dei minori sono diventate le due priorità dichiarate della vigilanza italiana sui dati personali. Vale la pena leggere il documento con attenzione, perché fotografa il modo in cui il GDPR viene applicato all’AI in Italia oggi, mesi prima che l’apparato dell’AI Act nazionale entri a regime.

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I numeri dell’attività 2025

La contabilità della Relazione descrive un’Autorità sotto pressione crescente. Gli 807 provvedimenti collegiali adottati nel 2025 si accompagnano a 4.288 reclami e a un volume di segnalazioni, quasi 146.000, che non ha precedenti nella storia dell’Autorità e che riflette una sensibilità pubblica ormai diffusa: il cittadino che si vede riutilizzare la voce in un audio sintetico o il volto in un fotomontaggio non scrive più solo alle piattaforme, scrive al Garante. Le misure correttive e sanzionatorie sono state 506, i pareri su atti normativi del Governo e del Parlamento 65, le notifiche di violazione dei dati personali registrate 2.415. Le sanzioni riscosse superano i 37 milioni di euro.

Un dato merita una lettura separata: i 65 pareri normativi. Significa che più di una volta alla settimana il legislatore italiano ha dovuto passare dal Garante prima di scrivere regole che toccano i dati. Con i decreti attuativi della Legge 23 settembre 2025, n. 132 in cantiere, questo canale consultivo è destinato a pesare ancora di più.

Anche le 2.415 notifiche di violazione dei dati raccontano qualcosa di specifico. Non sono solo attacchi informatici: una quota crescente riguarda esposizioni accidentali legate a strumenti digitali adottati in fretta, dal gestionale in cloud configurato male al servizio di AI alimentato con dati dei clienti senza averne verificato le condizioni d’uso. Per le piccole imprese, che raramente hanno un responsabile della protezione dei dati strutturato, la notifica di violazione è spesso il primo contatto con l’Autorità, e arriva nel momento peggiore. Il confine tra sicurezza informatica e protezione dei dati, nella pratica delle imprese, non esiste più.

L’intelligenza artificiale come filone dominante

La parte più densa della Relazione riguarda l’AI.

Il Garante ha operato su più fronti: i chatbot e i servizi di AI generativa accessibili al pubblico italiano, i deepfake e le app di nudificazione, contro cui l’Autorità ha adottato provvedimenti d’urgenza di blocco, i sistemi biometrici, gli algoritmi che incidono su lavoro e credito. Nel quadro degli interventi sui servizi conversazionali rientra anche la sanzione a Character.AI, sulla quale questo blog tornerà con un approfondimento dedicato. La linea di fondo è costante: in assenza di un’autorità nazionale AI pienamente operativa, il GDPR ha funzionato da diritto applicabile di fatto all’intelligenza artificiale, e il Garante da autorità AI supplente.

La supplenza ha una storia che la Relazione richiama tra le righe. Il blocco temporaneo di ChatGPT nella primavera del 2023 fece dell’Autorità italiana il primo regolatore occidentale a fermare un servizio di AI generativa; la sanzione da 15 milioni di euro a OpenAI di fine 2024 e il blocco di DeepSeek all’inizio del 2025 hanno confermato la linea. Nel 2025 l’attenzione si è spostata dai grandi fornitori globali alle applicazioni che toccano le persone più da vicino: i compagni virtuali, le app che spogliano, i cloni vocali usati per le truffe agli anziani.

Non è una supplenza improvvisata. La base giuridica del trattamento per l’addestramento dei modelli, l’esattezza degli output quando riguardano persone reali, l’esercizio dei diritti di accesso e cancellazione verso sistemi generativi: su ciascuno di questi nodi l’Autorità ha costruito negli anni una prassi che oggi altri regolatori europei citano. La Relazione rivendica questo ruolo e lo proietta in avanti, annunciando che la vigilanza sull’AI resterà prioritaria anche dopo l’entrata a regime delle autorità designate dalla Legge 132/2025.

Minori: la sfida dell’AI in classe e l’age verification

Il secondo asse della Relazione è la tutela dei minori, che il documento definisce la categoria vulnerabile per eccellenza davanti alla trasformazione tecnologica. La sfida nuova del 2025 è stata l’ingresso dell’AI nelle aule scolastiche: strumenti generativi usati da studenti e docenti, piattaforme di apprendimento adattivo che profilano i ragazzi, registri elettronici sempre più ricchi di dati. Il Garante chiede che l’adozione di questi strumenti nelle scuole passi da valutazioni d’impatto serie e non dall’entusiasmo dei fornitori. La posizione converge con quella dei decreti attuativi della legge italiana sull’AI, che portano l’intelligenza artificiale nei curricoli scolastici e stanziano 100 milioni di euro per la formazione dei docenti sul benessere digitale: l’ingresso dell’AI a scuola è dato per acquisito, la partita si gioca sulle condizioni.

Accanto alla scuola, i cantieri aperti sono quelli noti. I sistemi di verifica dell’età per l’accesso dei minori a contenuti e servizi inadatti, dove l’Autorità ha lavorato su soluzioni che accertino l’età senza identificare la persona: il principio è che dimostrare di avere più di quattordici anni non deve richiedere la consegna di un documento d’identità a ogni piattaforma. L’età di accesso ai social network, con la discussione pubblica sull’innalzamento delle soglie che ha attraversato tutto il 2025. Il fenomeno dello sharenting, la pubblicazione da parte dei genitori di foto e dettagli dei figli minori, contro cui il Garante ha promosso la campagna La sua privacy vale più di un like.

Un minore i cui dati alimentano oggi un modello resterà dentro quel modello da adulto.

È questa consapevolezza, più delle singole istruttorie, a saldare i due assi della Relazione: la tutela dei minori e la vigilanza sull’AI sono per il Garante lo stesso problema guardato da due lati. I sistemi di raccomandazione che catturano l’attenzione degli adolescenti, i chatbot relazionali che simulano amicizia e affetto, i generatori di immagini usati per il bullismo tra compagni di classe: ogni fascicolo sui minori aperto nel 2025 ha dentro un componente di AI, e ogni istruttoria sull’AI incrocia prima o poi un utente minorenne.

Biometria, sanità digitale e lavoro: gli altri fronti

Fuori dai riflettori dell’AI generativa, la Relazione documenta un’attività intensa sui fronti tradizionali. I sistemi biometrici, dal riconoscimento facciale negli spazi pubblici ai controlli sui luoghi di lavoro, restano un’area di intervento costante, con una posizione ormai consolidata: la biometria è ammessa solo dove è davvero necessaria e proporzionata, non dove è semplicemente comoda. La sanità digitale ha assorbito un’attenzione crescente, tra fascicolo sanitario elettronico, telemedicina e riuso dei dati clinici per la ricerca, il terreno su cui si giocherà anche la partita dei dati per l’addestramento dei sistemi di AI in sanità prevista dai decreti attuativi.

La biometria, in particolare, è destinata a tornare al centro: gli schemi di decreti attuativi sull’uso dell’AI nelle attività di polizia, con il riconoscimento facciale a posteriori e i limiti alla identificazione in tempo reale, passeranno per il parere del Garante prima dell’approvazione definitiva. La posizione espressa nella Relazione lascia intendere che quel parere non sarà una formalità.

Sui diritti dei lavoratori l’Autorità ha continuato a presidiare il confine tra organizzazione del lavoro e sorveglianza, dai sistemi di geolocalizzazione agli strumenti di monitoraggio della produttività. E le 130 ispezioni, condotte insieme al Nucleo speciale della Guardia di Finanza, insieme al contrasto al telemarketing aggressivo, ricordano che la vigilanza sui dati resta fatta anche di controlli sul campo, non solo di provvedimenti su tecnologie di frontiera.

Il quadro europeo fa da sfondo. Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha fissato a fine 2024, con un parere dedicato, i criteri per valutare quando l’addestramento di modelli AI su dati personali può fondarsi sul legittimo interesse; le autorità nazionali stanno ora applicando quei criteri ai casi concreti, e la prassi italiana documentata nella Relazione è tra le più citate. Chi sviluppa modelli in Europa farebbe bene a leggere entrambe le fonti insieme.

Il Garante nell’architettura di vigilanza italiana

La Relazione arriva in un momento di ridisegno istituzionale. La Legge 132/2025 ha assegnato ad ACN la vigilanza del mercato sui sistemi di AI e ad AgID il ruolo di autorità di notifica; gli schemi di decreti attuativi esaminati dal Consiglio dei Ministri a giugno definiscono i meccanismi di coordinamento tra queste autorità e quelle di settore, Garante compreso. Sulla carta, il Garante non è l’autorità nazionale per l’AI. Nei fatti, nessuna applicazione dell’AI Act potrà prescindere dalla sua competenza: quasi ogni sistema di AI tratta dati personali, e dove ci sono dati personali la competenza GDPR resta piena e non negoziabile.

Il punto delicato sarà evitare i conflitti di competenza. Un sistema di riconoscimento facciale, per esempio, ricade insieme nell’AI Act, nel GDPR e nelle regole nazionali di polizia: tre discipline, almeno tre autorità. La Relazione rivendica il ruolo del Garante come presidio dei diritti in questo intreccio, e i 65 pareri normativi del 2025 dicono che l’Autorità intende giocare la partita nella fase di scrittura delle regole, non solo in quella dei controlli. Per orientarsi tra le competenze che si sovrappongono, AIPIA mantiene una guida operativa all’AI Act aggiornata trimestralmente che mappa autorità e adempimenti.

La doppia conformità che attende le imprese

Per le imprese italiane la Relazione contiene un avviso implicito ma leggibile. Chi adotta sistemi di AI non affronta un solo regolatore in attesa dell’AI Act: ne affronta già oggi uno pienamente operativo, con quasi trent’anni di prassi, poteri sanzionatori fino al 4 percento del fatturato mondiale e una lista di priorità in cui AI e minori occupano i primi posti. La conformità all’AI Act che matura tra il 2026 e il 2027 si sommerà al GDPR, non lo sostituirà. Molti adempimenti, peraltro, si parlano: la valutazione d’impatto privacy e la valutazione d’impatto sui diritti prevista dall’AI Act per i deployer pubblici condividono metodo e documentazione, e chi ha fatto bene la prima ha già mezza seconda.

C’è poi la questione dei tempi, che gioca contro chi rinvia. Le istruttorie del Garante partono da reclami e segnalazioni, e le 146.000 segnalazioni del 2025 dicono che il monitoraggio dal basso funziona: basta un dipendente scontento o un cliente attento perché un uso disinvolto dell’AI aziendale finisca sul tavolo dell’Autorità. Aspettare le scadenze dell’AI Act per mettere ordine nei trattamenti significa scommettere che nessuno guardi nel frattempo. Una scommessa che i numeri della Relazione sconsigliano.

Tradotto in pratica: le valutazioni d’impatto privacy sui progetti AI vanno fatte ora, non al 2 dicembre 2027; la base giuridica per ogni riuso di dati va documentata; il personale che usa strumenti generativi va formato anche sui profili di protezione dei dati, un terreno su cui la formazione aziendale di AIPIA lavora combinando GDPR e AI Act in un unico impianto.

Resta l’immagine d’insieme. Nell’anno in cui l’Italia ha scritto la sua legge sull’AI e l’Europa ha ridisegnato il calendario dell’AI Act, l’autorità più attiva sull’intelligenza artificiale è stata quella nata per proteggere i dati personali. Le 146.000 segnalazioni non misurano solo il carico di lavoro del Garante: misurano quanta fiducia gli italiani ripongono nell’unico sportello che, per ora, risponde.

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