Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha trasmesso agli Ordini territoriali, con l’Informativa n. 156/2025 firmata dal presidente Elbano de Nuccio, la terza guida operativa sull’intelligenza artificiale, intitolata L’aiuto intelligente al Commercialista il 3 novembre 2025. Il documento, elaborato con la Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti e presentato al Congresso nazionale di Genova, contiene policy, checklist, registri e clausole contrattuali pronti all’uso, allineati alla Legge 23 settembre 2025, n. 132. È la fotografia di una professione che ha smesso di chiedersi se usare l’AI e ha cominciato a chiedersi come farlo senza esporre lo studio e i clienti. Questo articolo esamina dove l’automazione incide davvero, dove il professionista resta insostituibile e cosa succede quando l’errore nasce da un output artificiale.
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ToggleTre guide in due anni: la linea del Consiglio nazionale
La guida presentata a Genova non è un episodio isolato. È il terzo documento operativo che il CNDCEC dedica all’intelligenza artificiale, frutto della Commissione di studio “Intelligenza artificiale e bilanci” delegata al consigliere nazionale Fabrizio Escheri, e affronta i temi che gli studi incontrano nella pratica: la governance degli strumenti, la deontologia, la protezione dei dati, perfino l’aggregazione professionale come risposta organizzativa agli investimenti tecnologici che i piccoli studi faticano a sostenere da soli. Nello stesso filone il Consiglio nazionale ha pubblicato anche le linee guida per la vigilanza del collegio sindacale sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle società, un documento che sposta il tema dal come uso l’AI nel mio studio al come controllo l’AI adottata dai miei clienti.
Il segnale istituzionale è univoco. Nessun divieto, nessuna diffidenza di principio, ma strumenti di governo: una policy interna scritta, un registro degli strumenti utilizzati, clausole da inserire nei mandati professionali. Chi cerca la posizione ufficiale della categoria la trova lì, nero su bianco.
Riconciliazioni, prima nota, bilanci: dove l’automazione incide
Il lavoro di uno studio commercialista è fatto per buona parte di attività ripetitive su dati strutturati, ed è esattamente il terreno dove l’AI rende di più. La riconciliazione bancaria, con l’abbinamento automatico tra movimenti di conto ed elementi contabili, è ormai una funzione integrata nei gestionali di fascia media. La registrazione in prima nota parte dalla fattura elettronica: i sistemi leggono il tracciato XML, propongono il conto di imputazione sulla base dello storico e imparano dalle correzioni dell’operatore. La classificazione dei documenti in arrivo, lo scadenzario fiscale, i solleciti ai clienti che non consegnano la documentazione sono automazioni a basso rischio che liberano ore di segreteria contabile ogni settimana.
Un gradino sopra sta l’analisi. Gli strumenti di AI generativa applicati ai bilanci consentono di interrogare i dati in linguaggio naturale, costruire riclassificazioni, confrontare gli indici di un’azienda con i benchmark di settore, preparare la bozza della relazione che accompagna il bilancio o il rendiconto. Per gli studi che seguono la crisi d’impresa, i sistemi di allerta basati su indicatori predittivi aiutano a intercettare i segnali di squilibrio prima che diventino insolvenza conclamata, un compito che il Codice della crisi assegna anche agli organi di controllo.
Anche l’antiriciclaggio si presta bene al supporto algoritmico. L’adeguata verifica della clientela, l’aggiornamento dei fascicoli, il monitoraggio delle operazioni anomale rispetto al profilo del cliente sono attività dove i sistemi di analisi riducono il lavoro manuale e aumentano la copertura dei controlli. Con un’avvertenza che vale doppio in questo campo: la valutazione del rischio e l’eventuale segnalazione di operazione sospetta restano decisioni del professionista, e un sistema tarato male produce falsi allarmi in serie o, peggio, silenzi che costano sanzioni.
C’è poi il fronte dei quesiti. Molti studi sperimentano assistenti interni addestrati su prassi, circolari e risposte a interpello, capaci di preparare una prima bozza di risposta al cliente che chiede come trattare una nota di credito estera o quale regime applicare a una prestazione occasionale. Il tempo di risposta scende, la qualità dipende interamente dal controllo di chi rilegge.
Bozza, appunto. Non risposta.
Interpretazione, pianificazione, firma: il perimetro che non si delega
La materia fiscale italiana è un organismo che cambia di continuo: leggi di bilancio, decreti attuativi, circolari dell’Agenzia delle Entrate, risposte a interpello che correggono il tiro delle circolari. Un modello linguistico addestrato su testi ha per costruzione una visione datata e appiattita di questo corpo normativo, e nemmeno gli strumenti professionali aggiornati quotidianamente sanno pesare ciò che conta davvero: la propensione al rischio del cliente, la storia dei suoi rapporti con il fisco, la sostenibilità di una scelta interpretativa in un eventuale contenzioso.
Un esempio concreto rende l’idea. Alla domanda se convenga il regime forfettario o l’ordinario, un assistente AI può calcolare in pochi secondi il carico fiscale nei due scenari. Ma la convenienza vera dipende da variabili che il cliente non ha ancora messo a fuoco: le previsioni di crescita, l’intenzione di assumere, la deducibilità di investimenti futuri, la posizione previdenziale. Il commercialista che si limita a girare al cliente il calcolo dell’algoritmo ha rinunciato alla parte del lavoro per cui viene pagato.
La pianificazione fiscale, la scelta tra regimi alternativi, la strategia in una verifica, la valutazione di un’operazione straordinaria restano giudizio professionale puro. E poi c’è la firma. Il visto di conformità, l’asseverazione, la relazione del revisore, l’attestazione del piano nella crisi d’impresa sono atti che l’ordinamento lega alla persona fisica del professionista iscritto, con responsabilità civili, amministrative e talvolta penali che nessun contratto di licenza software può spostare su un fornitore di AI. Su questo punto la guida del CNDCEC è esplicita: lo strumento supporta, il professionista decide e risponde.
Quando l’errore nasce dall’algoritmo: l’articolo 2236 non è uno scudo
Immaginare il caso concreto aiuta. Lo studio usa un assistente AI per predisporre una dichiarazione, il sistema classifica male un componente di reddito, il controllo umano non se ne accorge, il cliente riceve un avviso con sanzioni e interessi. Chi paga?
La risposta è nel codice civile, e non è quella che molti sperano. L’articolo 2236 limita la responsabilità del prestatore d’opera intellettuale ai casi di dolo o colpa grave solo quando la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà. Una dichiarazione dei redditi, una liquidazione IVA, un bilancio ordinario non lo sono: rientrano nella diligenza qualificata richiesta dall’articolo 1176, secondo comma, e l’errore da mancato controllo di un output automatico è negligenza ordinaria, pienamente risarcibile. La giurisprudenza consolidata sugli errori dei software gestionali dice da anni la stessa cosa: verso il cliente risponde il professionista, che potrà semmai rivalersi sul fornitore nei limiti del contratto. Con l’AI generativa, che dichiara nelle proprie condizioni d’uso di poter produrre risultati inesatti, l’affidamento incolpevole è ancora più difficile da sostenere.
Il presidio, allora, è organizzativo. Controlli a campione documentati sugli output, tracciabilità di chi ha verificato cosa, copertura assicurativa aggiornata: molte polizze di responsabilità civile professionale non menzionano gli strumenti di AI, e vale la pena verificare con il broker se l’errore assistito dall’algoritmo rientri nelle garanzie. AIPIA dedica al tema una pagina di approfondimento sulla responsabilità professionale nell’uso dell’AI, con i criteri per valutare l’adeguatezza della copertura.
Da ottobre 2025, inoltre, l’articolo 13 della Legge 132/2025 impone di informare il cliente, con linguaggio chiaro, dell’impiego di sistemi di AI nella prestazione: per i commercialisti significa aggiornare mandati e lettere di incarico, e la guida del Consiglio nazionale fornisce le clausole tipo.
I dati fiscali dei clienti non sono materia da chatbot gratuito
Un bilancio, un libro giornale, una dichiarazione contengono la vita economica di una persona o di un’impresa: ricavi, debiti, rapporti bancari, a volte dati sanitari nascosti tra gli oneri detraibili. Caricare questi documenti su un servizio di AI consumer, magari per farsi riassumere una situazione contabile, significa trasferirli a un fornitore spesso extraeuropeo, con condizioni che nelle versioni gratuite consentono di regola l’uso dei contenuti per addestrare i modelli.
Per un professionista vincolato al segreto e titolare del trattamento ai sensi del GDPR è una violazione, non una scorciatoia.
Il rischio non è teorico. Le autorità di protezione dei dati europee hanno già sanzionato più volte l’uso incauto di servizi di AI generativa, e il Garante italiano ha mostrato con il provvedimento contro Character.AI del 3 luglio 2026 di considerare i chatbot un terreno di vigilanza prioritario. Un data breach che coinvolga i dati fiscali dei clienti di uno studio comporta obblighi di notifica, danno reputazionale e possibili richieste risarcitorie: tutto per aver risparmiato il costo di una licenza enterprise.
Le alternative sono le stesse indicate nella guida operativa: versioni enterprise con garanzie contrattuali su riservatezza e localizzazione dei dati, pseudonimizzazione dei documenti prima del caricamento, strumenti installati nel perimetro dello studio per le attività più sensibili. E una regola di igiene organizzativa: l’elenco scritto degli strumenti autorizzati, con l’indicazione di quali dati possono trattarli. Vale anche per i collaboratori e per i praticanti, che sono statisticamente i primi ad adottare strumenti non censiti. Se poi lo studio mette a disposizione dei clienti un assistente conversazionale sul proprio sito, dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act, il Regolamento UE 2024/1689, impone che il sistema dichiari la propria natura artificiale.
La competenza come vantaggio competitivo dello studio
Resta la domanda di fondo: chi, dentro lo studio, deve capire di intelligenza artificiale? La risposta onesta è tutti, a livelli diversi. Il titolare deve saper scegliere gli strumenti e scrivere la policy, i collaboratori devono conoscere limiti e procedure di verifica, la segreteria deve sapere cosa non caricare mai. L’articolo 4 dell’AI Act chiede del resto a ogni organizzazione che usa sistemi di AI di garantire un livello adeguato di alfabetizzazione del personale.
C’è anche un argomento di mercato, oltre a quello di conformità. I clienti degli studi, soprattutto le PMI, stanno incontrando l’AI nei propri processi e cominciano a fare domande: quale strumento adottare per la tesoreria, come impostare la fatturazione automatizzata, cosa prevede l’AI Act per la loro attività. Il commercialista formato può trasformare queste domande in un servizio di consulenza nuovo, come la guida del CNDCEC suggerisce apertamente quando parla di governance dell’innovazione. Quello non formato le lascia a consulenti di altra estrazione.
È un lavoro di formazione strutturata, non di tutorial improvvisati. AIPIA lo affronta con percorsi di formazione aziendale su misura per studi e imprese, costruiti sui casi d’uso reali della professione, e con il corso AI Base con Credenziale Europea, che si chiude con un’attestazione digitale verificabile con sigillo eIDAS. Davanti a un cliente che chiede come viene usata l’AI sul suo fascicolo, o a una contestazione sulla diligenza, poter esibire una formazione documentata cambia la posizione del professionista.
La storia della categoria, del resto, parla chiaro: i commercialisti hanno già attraversato la contabilità meccanizzata, i gestionali, la fattura elettronica, e ogni volta il valore si è spostato più in alto, dall’adempimento alla consulenza. L’intelligenza artificiale accelera lo stesso movimento, con una differenza: questa volta la macchina sbaglia con sicurezza, e il professionista che non sa riconoscerne gli errori firma al buio. Il vantaggio non andrà a chi adotta più strumenti, ma a chi li governa meglio.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
