Il 12 marzo 2026, il Pew Research Center ha pubblicato un aggiornamento su cinque anni di sondaggi dedicati all’opinione degli americani sull’intelligenza artificiale. Il dato di sintesi è netto: il 52% degli adulti statunitensi dichiara di essere più preoccupato che entusiasta riguardo all’uso crescente dell’IA nella vita quotidiana. Solo il 10% si dice più entusiasta che preoccupato. Il restante 38% prova entrambi i sentimenti in misura uguale. Nel 2021, la percentuale di preoccupati era al 37%. In quattro anni è salita di quindici punti, con un’accelerazione marcata tra il 2023 e il 2025, coincidente con l’esplosione dei modelli generativi e la loro adozione di massa. Il trend è chiaro, coerente e senza inversioni di rotta in vista.
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ToggleCosa preoccupa gli americani: creatività, relazioni, pensiero critico
Non si tratta di un generico disagio tecnologico. Le risposte del campione — oltre 5.000 adulti intervistati nel giugno 2025 nell’ambito dell’American Trends Panel di Pew — indicano preoccupazioni precise e articolate. Il 53% degli americani ritiene che l’IA peggiorerà la capacità delle persone di pensare in modo creativo, contro un 16% che vede un miglioramento. Il 50% pensa che peggiorerà la capacità di costruire relazioni significative, con un misero 5% che la vede come un vantaggio. Il dato sulla risoluzione dei problemi è meno pessimista — il 29% crede in un miglioramento — ma resta una minoranza.
Chi ha spiegato le proprie preoccupazioni con parole libere ha citato soprattutto un tema: la perdita di abilità umane. Le persone diventeranno pigre. Smetteranno di pensare con la propria testa. Delegheranno troppo. Una donna intervistata ha riassunto il concetto con una frase che meriterebbe di essere incorniciata: «Gli ostacoli e le difficoltà sono essenziali per formare il nostro carattere. Se li eliminiamo, perdiamo qualcosa di noi». Non è un’opinione da luddista. È una riflessione sulla condizione umana che tocca un nervo che i tecno-ottimisti preferiscono ignorare: il fatto che la fatica, l’errore e lo sforzo non siano solo inefficienze da eliminare, ma componenti costitutive dell’esperienza e della crescita personale.
Un altro dato merita attenzione: il 57% degli americani valuta i rischi dell’IA per la società come alti o molto alti. Solo un quarto della popolazione si dichiara entusiasta della tecnologia. Tra le sette aree su cui Pew ha chiesto un giudizio — dal mercato del lavoro alla privacy, dalla salute alla sicurezza nazionale — nessuna ha ottenuto un saldo netto positivo. L’ottimismo sull’IA, nella popolazione generale, non esiste come fenomeno maggioritario.
Il paradosso generazionale: chi conosce l’IA la teme di più
Ci si aspetterebbe che i più giovani, cresciuti con la tecnologia e più familiari con gli strumenti IA, siano anche i più ottimisti. Non è così — e il dato contraddice una delle assunzioni più radicate nel dibattito pubblico.
Il 62% degli under 30 dichiara di aver letto o sentito molto sull’IA, contro il 32% degli over 65. Hanno più familiarità con lo strumento, lo usano di più, ne comprendono meglio il funzionamento. Eppure, il 61% dei giovani pensa che l’IA peggiorerà la creatività delle persone, contro il 42% degli anziani. Chi conosce meglio la tecnologia ne teme di più le conseguenze. È un dato che demolisce la narrativa secondo cui la resistenza all’IA sarebbe un problema di digital literacy risolvibile con più formazione.
C’è una spiegazione plausibile: i giovani sono quelli che si confrontano ogni giorno con strumenti IA nello studio e nel lavoro. Vedono i compagni di corso che consegnano testi scritti da ChatGPT senza averli nemmeno letti. Vedono annunci di lavoro che richiedono competenze IA per ruoli che un anno fa non le menzionavano. Vedono altri annunci scomparire perché l’IA li ha resi superflui. La preoccupazione non nasce dall’ignoranza. Nasce dall’esperienza diretta — il tipo di conoscenza che nessun corso di formazione può sostituire, perché si acquisisce solo vivendo la trasformazione in prima persona.
Il divario tra esperti e pubblico: due mondi che non si parlano
Un altro sondaggio Pew, condotto tra esperti di IA, aveva rilevato un divario notevole con la popolazione generale: il 56% degli specialisti ritiene che l’IA avrà un impatto positivo sugli Stati Uniti nei prossimi vent’anni. Tra il pubblico generale, solo il 17% la pensa allo stesso modo. La distanza tra chi costruisce l’IA e chi ne subisce gli effetti non è un dettaglio — è uno dei problemi centrali del dibattito politico sulla regolamentazione.
Se chi progetta la tecnologia è convinto che sarà benefica, tenderà a opporsi alle restrizioni e a considerare la regolamentazione come un freno all’innovazione. Se chi la usa (o la subisce) è preoccupato, chiederà garanzie, tutele, limiti. Il compromesso tra le due posizioni è il terreno su cui si giocherà il futuro della regolamentazione — in America, dove il governo Trump ha scelto la via della deregolamentazione, e in Europa, dove l’AI Act rappresenta il tentativo più ambizioso al mondo di costruire un quadro normativo per l’IA. Il problema è che i due gruppi non si parlano quasi mai: gli esperti partecipano a conferenze tra esperti, il pubblico risponde ai sondaggi. Il dialogo tra chi capisce la tecnologia e chi ne vive le conseguenze è quasi inesistente.
L’Italia e l’Europa: le preoccupazioni più alte al mondo
Il dato americano non è isolato. Pew ha intervistato quasi 37.000 persone in 25 paesi. La mediana globale mostra che il 34% degli adulti è più preoccupato che entusiasta, il 42% è ugualmente preoccupato ed entusiasta, e solo il 16% è prevalentemente ottimista. Ma le differenze tra paesi sono enormi.
L’Italia figura tra i paesi con il livello più alto di preoccupazione per l’IA, insieme agli Stati Uniti, all’Australia, al Brasile e alla Grecia. In Corea del Sud e in India, al contrario, prevale un atteggiamento più ottimista — legato probabilmente alla percezione dell’IA come motore di crescita economica in economie dove il settore tech è in rapida espansione e rappresenta un’opportunità di mobilità sociale.
La fiducia nella capacità dei diversi attori di regolamentare l’IA varia enormemente. Il 47% degli americani ha poca o nessuna fiducia nel proprio governo per regolare l’IA in modo efficace. Il 60% degli intervistati globali esprime la stessa sfiducia verso la Cina. Il 55% si fida del proprio governo nazionale. E il 53% si fida dell’Unione Europea. Per l’Europa, quel dato è un’opportunità enorme e una responsabilità proporzionale. Se oltre metà della popolazione globale intervistata considera l’UE un regolatore credibile dell’IA, l’AI Act non è solo un atto legislativo: è un prodotto reputazionale. Funziona se mantiene le promesse. Fallisce se diventa burocrazia senza effetto reale sulla vita delle persone.
Le implicazioni per il mercato del lavoro: ansia che si cumula
Il sondaggio Pew registra anche l’ansia occupazionale. Più della metà dei lavoratori americani prevede che l’IA causerà una perdita significativa di posti di lavoro nei prossimi vent’anni. Il dato è coerente con il report Mercer Global Talent Trends 2026, che ha misurato un’ansia da IA in crescita dal 28% al 40% tra i dipendenti. Ed è coerente con il report Resume Now, che ha trovato il 57% dei lavoratori USA più preoccupato per la perdita di competenze che per il licenziamento vero e proprio.
La differenza tra «perdere il lavoro» e «perdere la capacità di fare il lavoro» è sottile ma importante. La prima è un evento, spesso improvviso, che può essere gestito con ammortizzatori sociali, riqualificazione, ricerca di una nuova posizione. La seconda è un processo lento, invisibile, che erode la fiducia in sé stessi prima ancora che il posto venga formalmente tagliato. Il lavoratore che vede colleghi più giovani usare l’IA con disinvoltura mentre lui fatica ad adattarsi non ha perso il lavoro — ha perso la certezza di essere competente. Ed è questa certezza, più del contratto, a tenere insieme l’identità professionale di una persona.
Lo studio BCG citato nel report indica che i dipendenti delle aziende che stanno attivamente implementando l’IA sono più ansiosi (46%) rispetto a quelli delle aziende dove l’adozione è meno avanzata (34%). Il pattern è controintuitivo: ci si aspetterebbe che chi vede l’IA funzionare si rassicuri. Invece accade il contrario. Chi è più vicino alla tecnologia ne percepisce più chiaramente sia il potenziale sia la minaccia — esattamente come i giovani del sondaggio Pew.
Cosa fare con questi dati: politiche, non rassicurazioni
I sondaggi Pew non offrono soluzioni. Offrono una fotografia dell’opinione pubblica — e quella fotografia dice che la maggioranza delle persone, nei paesi più ricchi del mondo, guarda all’IA con più diffidenza che entusiasmo. Non per ignoranza. Non per paura irrazionale del nuovo. Ma perché osserva concretamente ciò che l’IA sta facendo — alle competenze, alle relazioni, al mercato del lavoro, alla qualità del pensiero — e non è convinta che i benefici supereranno i costi.
Per chi si occupa di politiche sull’IA in Italia e in Europa, il messaggio dei dati Pew è chiaro: la tecnologia è avanti rispetto al consenso sociale. Colmare quel divario non è un lavoro di comunicazione — non basta spiegare meglio l’IA perché le persone la accettino. Servono risultati misurabili sull’impatto positivo dell’IA nella vita quotidiana, tutele concrete per i lavoratori esposti, programmi di formazione che vadano oltre i corsi generici di «AI literacy», e un modello di governance che le persone considerino credibile e non catturato dagli interessi delle aziende che regola. Senza tutto questo, il 52% di preoccupati non può che crescere — e con esso il rischio di una reazione politica contro l’innovazione che finirebbe per danneggiare anche chi dell’IA ha più bisogno.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
