Il report Microsoft AI for Good Lab pubblicato l’8 gennaio 2026 ha confermato con numeri quello che gli analisti geopolitici osservavano da mesi: l’adozione dell’intelligenza artificiale nel mondo si sta frammentando lungo le stesse linee di frattura che dividono il panorama geopolitico globale. Da un lato, il Nord globale — Stati Uniti, Europa, Giappone, Corea del Sud, Australia — dove dominano i modelli americani: ChatGPT, Gemini, Claude. Dall’altro, un arco di paesi che va dalla Cina alla Russia, dall’Iran a Cuba, dalla Bielorussia a diversi stati africani, dove DeepSeek si è affermato come lo strumento AI di riferimento. La frattura non è casuale: rispecchia sanzioni, alleanze, infrastrutture e strategie industriali che precedono l’IA di anni ma che l’IA sta cristallizzando in una nuova forma di dipendenza tecnologica.
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ToggleLa mappa della frammentazione: i numeri di Microsoft
I dati del report Microsoft sono inequivocabili nella loro chiarezza. DeepSeek detiene l’89% del mercato AI in Cina, il 56% in Bielorussia, il 49% a Cuba, il 43% in Russia. In Iran e Siria le quote sono del 25% e del 23%. In Africa — Etiopia, Zimbabwe, Uganda, Niger — si collocano tra l’11% e il 14%, con tassi di utilizzo da due a quattro volte superiori a quelli registrati nei paesi occidentali. In Nord America e in Europa, al contrario, DeepSeek ha una penetrazione trascurabile.
Il pattern ricalca le linee delle sanzioni occidentali. Russia, Iran, Cuba, Bielorussia, Siria sono tutti soggetti a restrizioni statunitensi ed europee che limitano l’accesso ai servizi tecnologici occidentali. In questi paesi, ChatGPT non è disponibile o è difficilmente accessibile — richiede VPN, metodi di pagamento non sanzionati, configurazioni complicate. DeepSeek è gratuito, aperto, non richiede carta di credito e funziona senza restrizioni geografiche. La scelta non è ideologica: è pratica. Chi non può usare l’IA americana usa l’IA cinese.
In Africa, il meccanismo è diverso. Non sono le sanzioni a bloccare l’accesso ai servizi occidentali ma il costo e l’infrastruttura. L’abbonamento a ChatGPT Plus costa 20 dollari al mese — una cifra che in molti paesi africani equivale a giorni di lavoro. I modelli di punta americani richiedono connessioni stabili e dispositivi recenti. DeepSeek è gratuito e pre-installato sugli smartphone Huawei e Tecno (Transsion), che sono i dispositivi più diffusi nell’Africa subsahariana. Huawei non si limita a vendere telefoni: costruisce reti di telecomunicazione, data center e ora distribuisce anche l’IA attraverso partnership integrate. La penetrazione di DeepSeek in Africa è il risultato di una strategia industriale cinese che integra hardware, infrastruttura e software in un unico ecosistema — un approccio verticale che nessun attore occidentale ha replicato con la stessa coerenza nel continente africano.
La questione della sovranità dei dati è particolarmente sensibile in questo contesto. Quando centinaia di milioni di utenti africani interagiscono con DeepSeek, i loro dati — domande, contesti, informazioni personali — transitano attraverso server cinesi. Le leggi cinesi sulla sicurezza nazionale consentono al governo di accedere ai dati delle aziende tecnologiche cinesi in circostanze ampie e poco trasparenti. Per i governi africani, che stanno costruendo le proprie normative sulla protezione dei dati — spesso ispirate al GDPR europeo — questa dipendenza pone un dilemma: vietare DeepSeek significherebbe privare i propri cittadini dell’unico strumento AI accessibile; permetterlo significa accettare un flusso di dati verso la Cina su cui non hanno controllo né visibilità.
Il dato generazionale aggiunge una dimensione temporale al problema. La Gen Z africana sta adottando l’IA a tassi superiori a quelli dei coetanei nel Nord globale. Questi giovani utenti — studenti, aspiranti imprenditori, professionisti all’inizio della carriera — stanno formando le proprie abitudini digitali attorno all’ecosistema cinese. Tra dieci anni saranno i decisori, i manager, i leader tecnologici dei propri paesi. Le abitudini formate oggi — quale strumento si usa, di quale provider ci si fida, quale ecosistema si conosce — influenzeranno le scelte tecnologiche dei paesi africani per i prossimi decenni.
DeepSeek come strumento di soft power: la lettura geopolitica
Il report Microsoft usa un linguaggio esplicito: l’IA open source può funzionare come strumento geopolitico, estendendo l’influenza cinese in aree dove le piattaforme occidentali non possono operare facilmente. Il termine “strumento geopolitico” non implica una cospirazione — non serve una regia centralizzata perché l’effetto si produca. Basta che un prodotto gratuito e funzionante riempia un vuoto che altri non riempiono. Chi usa DeepSeek abitualmente si familiarizza con l’ecosistema tecnologico cinese, genera dati che transitano su infrastrutture cinesi, si abitua ai limiti e alle scelte progettuali di un prodotto sviluppato sotto la normativa di Pechino — inclusa la censura su temi sensibili per il governo cinese, come l’AGCM italiana ha documentato nel caso Piazza Tiananmen.
La dimensione dei dati è particolarmente rilevante. Centinaia di milioni di interazioni con DeepSeek generano un dataset di utilizzo che ha valore strategico: rivela cosa cercano gli utenti, quali problemi affrontano, in quali lingue e contesti operano. Questo dataset, nelle mani di un’azienda cinese soggetta alla legislazione sulla sicurezza nazionale di Pechino, è una risorsa che va oltre il valore commerciale. I paesi europei che hanno vietato DeepSeek sui dispositivi governativi — Italia, Danimarca, Repubblica Ceca, Belgio — hanno agito sulla base di questa preoccupazione.
La frammentazione non è simmetrica. Il Nord globale ha accesso a tutti i modelli: americani, europei (Mistral) e, volendo, anche cinesi. Il Sud globale ha accesso prevalentemente ai modelli cinesi. Questa asimmetria crea una dipendenza unidirezionale: i paesi del Sud globale diventano consumatori di tecnologia cinese senza avere alternative comparabili, mentre i paesi del Nord mantengono la libertà di scelta. La frammentazione tecnologica riproduce e amplifica le disuguaglianze geopolitiche preesistenti.
Le implicazioni per l’Europa: regolatore senza produttore
Per l’Europa, la frammentazione dell’IA pone un problema strategico che l’AI Act da solo non risolve. L’Unione Europea ha la normativa più avanzata del mondo sull’intelligenza artificiale, ma non produce un modello di frontiera proprio. Mistral è l’eccezione — un’azienda francese con modelli competitivi — ma le sue dimensioni e risorse non sono paragonabili a quelle di OpenAI (sostenuta da Microsoft), Google DeepMind, Anthropic (sostenuta da Amazon e Google) o DeepSeek (inserita nell’ecosistema tecnologico cinese).
L’Europa regola l’IA che altri producono. Questo le dà il potere di imporre standard — trasparenza, sicurezza, diritti dei consumatori — ma non il potere di determinare la direzione tecnologica. Se domani OpenAI decidesse di non servire il mercato europeo perché la compliance con l’AI Act è troppo costosa — un’ipotesi remota ma non impossibile — le imprese europee dovrebbero migrare su altri modelli. Se i modelli cinesi come DeepSeek fossero vietati per ragioni di sicurezza — un’ipotesi meno remota — le alternative si ridurrebbero ulteriormente.
Per l’Italia, la questione è particolarmente delicata. Il paese è membro del G7 con legami stretti con gli Stati Uniti, ma ha anche interessi commerciali significativi in Africa settentrionale e nel Medio Oriente — aree dove DeepSeek si sta espandendo. Le imprese italiane che operano in queste regioni devono navigare un contesto in cui i loro clienti e partner usano strumenti AI diversi dai propri, con implicazioni sulla interoperabilità dei processi, sulla sicurezza dei dati e sulla conformità normativa. L’IA sta aggiungendo una nuova dimensione alla complessità del fare affari in un mondo frammentato.
La risposta possibile: sovranità tecnologica europea
La risposta alla frammentazione non è il protezionismo — vietare i modelli stranieri senza offrire alternative — ma l’investimento nella capacità produttiva europea. L’Europa ha le competenze: i ricercatori europei sono tra i migliori del mondo nell’IA, anche se molti lavorano nei laboratori americani. Ha il mercato: 450 milioni di consumatori con potere d’acquisto elevato. Ha il quadro normativo: l’AI Act crea un mercato regolamentato che può attrarre imprese disposte a costruire prodotti conformi fin dall’origine.
Ciò che manca è il capitale e la volontà politica di concentrarlo. L’addestramento di un modello di frontiera costa centinaia di milioni di dollari — GPT-5 ha richiesto un investimento stimato nell’ordine dei miliardi, considerando infrastruttura, personale e costi energetici. Nessuna singola azienda europea ha le risorse per sostenere questo investimento da sola. Mistral ha raccolto finanziamenti significativi — oltre un miliardo di dollari tra venture capital e investimenti strategici — ma resta un ordine di grandezza sotto le risorse di OpenAI, sostenuta da Microsoft con decine di miliardi, o di Google DeepMind, con accesso alle risorse illimitate di Alphabet. Serve un intervento coordinato — pubblico e privato, nazionale e comunitario — che metta a disposizione le risorse necessarie per costruire almeno un’alternativa europea credibile ai modelli americani e cinesi.
Il modello GAIA-X per il cloud sovrano europeo, pur con tutti i suoi limiti e ritardi, mostra che l’Europa sa concepire progetti di sovranità tecnologica. L’EuroHPC Joint Undertaking, che coordina le risorse di supercalcolo europee, potrebbe fornire l’infrastruttura hardware necessaria per l’addestramento di modelli europei di frontiera. Applicare un approccio analogo all’IA — con più fondi, più velocità e meno complessità burocratica rispetto ai precedenti — è la sfida che il 2026 pone ai decisori europei. La finestra per agire non è illimitata: ogni anno senza un modello europeo competitivo è un anno in cui la dipendenza si approfondisce e la capacità di costruire un’alternativa diminuisce, perché i talenti migliori migrano verso i laboratori che offrono le risorse più ampie e le sfide più interessanti.
Alcuni segnali positivi esistono. Mistral, l’azienda francese, ha ricevuto finanziamenti significativi e produce modelli competitivi a livello internazionale. Aleph Alpha, la startup tedesca, lavora su modelli ottimizzati per il mercato europeo con attenzione alla conformità normativa e al multilinguismo. La European AI Consortium ha ricevuto fondi dalla Commissione per progetti di ricerca sulla frontiera dell’IA. Ma il divario con gli investimenti americani e cinesi resta di ordini di grandezza: gli Stati Uniti investono decine di miliardi all’anno nella ricerca AI privata; l’Europa investe una frazione di quella cifra, spesso frammentata tra programmi nazionali non coordinati.
Per l’Italia, la questione della sovranità tecnologica nell’IA si intreccia con la più ampia sfida della competitività industriale. Un’Italia che dipende interamente da modelli americani per l’automazione dei propri processi aziendali non è meno vulnerabile di un’Italia che dipende dal gas russo per il proprio fabbisogno energetico — la dipendenza tecnologica ha le stesse caratteristiche strutturali della dipendenza energetica, con il rischio aggiuntivo che l’interruzione può essere improvvisa e l’alternativa non immediatamente disponibile. La lezione della crisi energetica del 2022 — diversificare le fonti, investire nelle alternative, costruire autonomia — si applica anche all’IA, ma la consapevolezza politica di questa analogia è ancora limitata.
La frammentazione dell’IA lungo linee geopolitiche non è una possibilità futura: è una realtà presente. Ogni mese che passa senza un’alternativa europea credibile è un mese in cui la dipendenza — da Washington o da Pechino — si approfondisce. Per i professionisti italiani dell’IA, comprendere questa dinamica non è geopolitica da convegno: è contesto operativo quotidiano che influenza le scelte tecnologiche dei clienti, le strategie commerciali delle imprese e il futuro del settore in cui lavorano.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
