Etica

Quanta energia consuma l’AI italiana: data center, rete elettrica e la prima legge lombarda

La legge regionale della Lombardia n. 11 del 2026, la prima legge italiana dedicata ai data center, è entrata in vigore il 20 giugno 2026, approvata dal Consiglio regionale il 26 maggio e pubblicata sul Bollettino ufficiale il 3 giugno. È il primo tentativo di dare regole a un settore che sta cambiando la geografia energetica del Paese: gli investimenti annunciati per il triennio 2026-2028 superano i 25 miliardi di euro secondo il Politecnico di Milano, e ogni sala server in più è domanda elettrica in più. Questo articolo non parla di soldi, di cui il blog ha già dato conto. Parla di elettroni, di acqua e di un dovere di trasparenza che il settore ha appena cominciato ad accettare.

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Quanto consuma oggi il calcolo italiano

Partiamo dai numeri consolidati. Nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 terawattora, pari all’1,9% dei 312,3 TWh di consumi elettrici nazionali, secondo le elaborazioni riprese dalla stampa specializzata di settore. Una quota ancora contenuta: meno di quanto pesano molte filiere industriali tradizionali. Il punto non è la fotografia, è il film.

Le proiezioni convergono su una crescita rapida. Il Politecnico di Milano stima che entro il 2030 la potenza effettivamente installata raggiungerà tra 1,4 e 2,0 gigawatt, che con i livelli di efficienza degli impianti moderni si traducono in circa 14 TWh all’anno aggiuntivi, quasi il 5% della domanda elettrica nazionale. Altre analisi spingono lo sguardo più avanti e arrivano a ipotizzare che entro il 2035 i data center possano assorbire fino al 13% dei consumi elettrici del Paese, se tutti i progetti annunciati vedranno la luce.

Condizionale d’obbligo, come vedremo tra poco.

A trainare la curva è soprattutto l’intelligenza artificiale. Un rack tradizionale per servizi cloud assorbe una frazione della potenza richiesta da un rack di GPU per l’addestramento o l’inferenza dei modelli: la densità energetica per metro quadrato delle nuove sale è un multiplo di quella dei data center di dieci anni fa. Cambia quindi non solo quanta energia serve, ma dove e come serve: potenza concentrata in pochi punti della rete, con profili di assorbimento continui, ventiquattro ore su ventiquattro, che mal si conciliano con la produzione solare ed eolica intermittente.

Ottantadue gigawatt sulla carta: le richieste a Terna

Il dato più impressionante, e più ingannevole, riguarda le richieste di connessione alla rete di trasmissione. A fine 2024 Terna contava richieste da data center per circa 30 gigawatt. Nel marzo 2025 erano salite a 42. Nel marzo 2026 il contatore segnava 450 richieste per oltre 82 gigawatt complessivi: una potenza superiore al picco di domanda elettrica dell’intera Italia in un pomeriggio estivo.

Ovviamente non si costruiranno 82 gigawatt di data center.

La stessa Terna parla apertamente di una componente speculativa consistente: operatori che prenotano capacità di rete in più siti per poi scegliere dove costruire davvero, intermediari che chiedono la connessione solo per rivendere il diritto acquisito, progetti privi di terreni e di finanziamenti. Gli analisti più prudenti stimano che la potenza realizzabile si collochi attorno ai 5 gigawatt, un sedicesimo delle richieste. Ma anche le prenotazioni fantasma hanno un costo collettivo: impegnano gli uffici del gestore di rete, gonfiano i piani di sviluppo, rendono difficile capire dove servano davvero nuove linee e nuove stazioni. Il rumore, in una pianificazione infrastrutturale, non è gratis.

Per la rete la sfida è doppia. Da un lato adeguare le dorsali verso le aree di concentrazione, a partire dalla Lombardia, dove si addensa la quota maggiore dei progetti. Dall’altro governare la simultaneità: un data center da 100 megawatt che si connette è come una città media che accende tutto insieme, e la rete deve reggere quel gradino senza scaricare i costi di adeguamento sugli altri utenti.

Gli operatori più grandi rispondono con i contratti di lungo termine per energia rinnovabile, i power purchase agreement, che finanziano nuovi parchi solari ed eolici dedicati. È una risposta vera ma parziale: il contratto garantisce che nell’anno l’energia comprata sia verde, non che lo sia alle tre di notte, quando i server calcolano e il sole non c’è. Finché mancheranno accumuli su larga scala, la crescita dei data center si appoggerà anche al gas, e ogni dichiarazione di neutralità climatica andrà letta con il bilancio orario in mano, non con quello annuale.

La legge lombarda n. 11: cosa prevede davvero

In questo quadro la Lombardia ha scelto di muoversi per prima, e il contenuto della legge n. 11 del 2026 merita una lettura senza slogan. Il testo, intitolato alle disposizioni in materia di data center, istituisce uno sportello regionale unico che gestisce il procedimento autorizzatorio, affiancato da una struttura tecnica di supporto per gli enti locali che si trovano un progetto da centinaia di milioni sul tavolo senza avere le competenze per valutarlo.

La leva più interessante è urbanistica. Le aree dismesse e i siti di rigenerazione urbana diventano localizzazioni prioritarie, premiate con riduzioni degli oneri dal 10 al 30%; chi invece costruisce su suolo agricolo paga oneri maggiorati del 100%, e chi tocca aree verdi o parchi arriva a una maggiorazione del 200%. È una tariffa del consumo di suolo: non vieta, ma rende costoso ciò che si vuole scoraggiare e conveniente ciò che si vuole attrarre.

Durante l’iter della legge sono circolate stime di settore su 22 miliardi di euro di investimenti nazionali nei prossimi cinque anni, metà dei quali destinati alla Lombardia, con un fabbisogno energetico stimato in 1,5 gigawatt per la sola regione. Numeri da prendere come ordini di grandezza, non come impegni. Ma spiegano perché il legislatore regionale non abbia aspettato Roma: i progetti arrivano adesso, e i Comuni decidevano finora caso per caso, senza criteri comuni su rumore, acqua, calore di scarto e compensazioni per i territori.

Il confronto internazionale suggerisce che muoversi presto conviene. In Irlanda i data center hanno superato il 20% dei consumi elettrici nazionali già nel 2023, secondo l’ufficio statistico di Dublino, e il gestore di rete ha dovuto congelare le nuove connessioni nell’area della capitale. Amsterdam impose una moratoria temporanea già nel 2019, salvo poi riaprire con regole più severe. Sono i casi che la Lombardia ha studiato: quando le regole arrivano dopo la saturazione, l’unico strumento rimasto è il blocco, che è la peggiore delle politiche possibili sia per l’ambiente sia per gli investimenti.

La legge non risolve tutto. Non può toccare la rete di trasmissione, che è competenza statale, e non fissa obblighi stringenti di recupero del calore. È un inizio, non un modello compiuto.

Acqua e raffreddamento: il costo che non si vede in bolletta

L’energia è solo metà del bilancio ambientale. L’altra metà scorre nei circuiti di raffreddamento.

Ogni watt che entra in un server esce come calore, e quel calore va smaltito. I sistemi evaporativi, tra i più diffusi perché energeticamente efficienti, consumano acqua: nelle giornate calde un grande impianto può richiederne volumi paragonabili a quelli di una comunità di migliaia di persone. I sistemi a circuito chiuso e il raffreddamento a liquido diretto sui chip, sempre più usati per le sale AI ad alta densità, riducono drasticamente il prelievo idrico ma spostano il costo sull’elettricità. Non esiste il raffreddamento gratis: esiste una scelta tra consumare più acqua o più energia, e quella scelta oggi la fa l’operatore, quasi mai il territorio che la subisce.

Il settore misura queste grandezze con due indicatori: il PUE, che rapporta l’energia totale assorbita dall’impianto a quella effettivamente consumata dai server, e il WUE, che misura i litri d’acqua per chilowattora di calcolo. Sono numeri che gli operatori conoscono al decimale e che raramente pubblicano per singolo sito. In un Paese che ha vissuto anni di siccità nel bacino padano, cioè esattamente dove si concentrano i progetti, la riservatezza sul WUE non è un dettaglio tecnico. È una scelta di opacità.

C’è poi il capitolo del calore di scarto, che in Italia resta quasi interamente sprecato. Un data center produce calore a bassa temperatura, adatto ad alimentare reti di teleriscaldamento per quartieri, serre o piscine: nei Paesi nordici è pratica corrente, a Stoccolma gli operatori vendono il calore alla rete cittadina da anni. Da noi mancano quasi ovunque le reti di distribuzione e manca un obbligo normativo che spinga a costruirle insieme agli impianti. Ogni megawatt dissipato nell’atmosfera padana è energia pagata due volte: una per produrla, una per smaltirla.

Il dovere di trasparenza: la direttiva europea e il registro dei consumi

Qualcosa però sta cambiando, per obbligo più che per virtù. La Direttiva UE 2023/1791 sull’efficienza energetica impone ai data center con potenza superiore a 500 kilowatt di comunicare ogni anno a un database europeo i propri dati su consumi elettrici, consumo idrico, calore recuperato e altri indicatori di prestazione. Le prime rendicontazioni sono partite nel settembre 2024, e la Commissione lavora a un sistema di classificazione degli impianti sulla base dei dati raccolti.

È un cambio di regime silenzioso: per la prima volta la sostenibilità di un’infrastruttura digitale diventa un dato pubblico e confrontabile, non una dichiarazione di marketing nei bilanci di sostenibilità. Un Comune che negozia con un operatore può chiedere i numeri del registro europeo. Un giornalista può confrontare due impianti. Un cliente enterprise può scegliere il fornitore anche sul WUE, come già sceglie sul prezzo.

Qui il tema tecnico incontra quello etico. La trasparenza sui consumi è la condizione minima perché le comunità possano dare un consenso informato a infrastrutture che usano risorse di tutti: la stessa logica di responsabilità verso le persone e i territori che ispira i principi della Rome Call for AI Ethics, il quadro etico di riferimento che AIPIA ha sottoscritto idealmente nel proprio lavoro. Un’intelligenza artificiale che non dichiara quanto consuma chiede fiducia senza offrire verificabilità. E la fiducia senza verificabilità, nelle infrastrutture, dura fino alla prima estate di razionamenti.

Anche le imprese utilizzatrici hanno un pezzo di responsabilità. Chi adotta l’AI in azienda dovrebbe includere l’impronta energetica dei fornitori tra i criteri di scelta, accanto a prezzo e prestazioni: è uno dei temi che AIPIA tratta nei suoi programmi di formazione aziendale sull’adozione consapevole dell’intelligenza artificiale, perché la domanda di trasparenza diventa efficace solo quando la esprimono i clienti, non solo i regolatori.

Un boom che deve rendere conto ai territori

Il quadro complessivo è meno drammatico di come lo raccontano gli allarmi e meno innocuo di come lo raccontano gli operatori. I data center italiani consumano oggi meno del 2% dell’elettricità nazionale; ne consumeranno il doppio o il triplo entro il 2030; le richieste di connessione sono gonfiate da speculazione che va filtrata; l’acqua è il vincolo più sottovalutato; la Lombardia ha scritto la prima legge e le altre regioni la copieranno, probabilmente entro pochi anni, perché i progetti non aspettano.

Resta il fatto che il dibattito italiano parte con un vantaggio raro: le regole stanno arrivando prima della saturazione, non dopo. La direttiva europea obbliga alla trasparenza, la legge lombarda prezza il consumo di suolo, Terna filtra la speculazione. Sono strumenti imperfetti ma esistono, e sono arrivati mentre il grosso della capacità è ancora su carta.

L’energia dell’AI non è un destino. È un contratto, e i contratti si negoziano prima della firma.

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