La sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025, depositata dal Tribunale di Roma — IV Sezione Lavoro, ha fatto il giro dei media italiani a febbraio 2026 con titoli che hanno semplificato il contenuto della decisione fino a distorcerlo. La lettura più diffusa: una graphic designer è stata licenziata perché sostituita dall’intelligenza artificiale, e il tribunale ha detto che è legittimo. La realtà giuridica è più articolata e meno sensazionale, ma il caso resta rilevante perché è il primo in Italia in cui l’IA compare esplicitamente nella motivazione di una sentenza in materia di lavoro. E il tema che solleva — la sostituzione di compiti creativi e professionali da parte degli strumenti di IA generativa — va oltre il singolo caso.
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ToggleCosa dice effettivamente la sentenza di Roma
Il caso riguarda una lavoratrice inquadrata al IV livello del CCNL Commercio Terziario, impiegata come graphic designer in una società di cybersecurity. L’azienda, in una fase documentata di contrazione economica e finanziaria, ha avviato una riorganizzazione interna che ha portato alla soppressione dell’area grafica per concentrare le risorse sul core business — sviluppo software e cyber intelligence. Il licenziamento è avvenuto nel maggio 2023 per giustificato motivo oggettivo.
Il tribunale ha rigettato il ricorso della lavoratrice applicando i criteri tradizionali del diritto del lavoro italiano: reale esigenza economico-organizzativa, nesso causale tra riorganizzazione e soppressione del posto, impossibilità di ricollocamento in mansioni compatibili (il principio del repêchage). L’IA compare nella motivazione come uno degli strumenti utilizzati dai responsabili aziendali — in particolare dal marketing manager — per svolgere le attività grafiche residue dopo la soppressione del ruolo. Non viene individuata come causa autonoma del licenziamento.
Il punto giuridico è netto: non esiste nel diritto italiano una “scorciatoia tecnologica” al licenziamento. L’adozione dell’IA non modifica i presupposti richiesti dalla legge 604/1966 per la soppressione di una posizione. Il giudice non ha affermato un principio di sostituibilità del lavoro umano con l’intelligenza artificiale. Ha verificato che la crisi fosse reale, la riorganizzazione effettiva e la ricollocazione impossibile — esattamente come avrebbe fatto se l’azienda avesse introdotto un nuovo software gestionale anziché un tool di IA generativa.
Perché la sentenza conta nonostante la lettura riduttiva
La sentenza conta non per ciò che dice — che è ortodosso — ma per ciò che rappresenta nel contesto attuale. È la prima decisione giurisdizionale italiana in cui l’intelligenza artificiale entra nel quadro fattuale di una controversia sul lavoro come fattore di efficientamento che contribuisce a rendere superflua una posizione. Il precedente, pur non innovando il diritto, apre un fascicolo giurisprudenziale che è destinato a riempirsi nei prossimi anni.
Il tema del repêchage — l’obbligo del datore di lavoro di verificare se esiste una posizione alternativa in cui ricollocare il lavoratore prima di procedere al licenziamento — è particolarmente rilevante in prospettiva. Nel caso specifico, il giudice ha ritenuto che l’azienda avesse dimostrato l’assenza di posizioni compatibili con il profilo della lavoratrice, le cui competenze grafiche non erano trasferibili ai ruoli tecnici residui (sviluppo software, cyber intelligence). Ma cosa succede quando l’IA non sopprime un intero settore aziendale bensì riduce del 40% il fabbisogno di lavoro in un reparto? E quando la riqualificazione della lavoratrice nell’uso degli stessi strumenti AI sarebbe possibile ma l’azienda non la offre? Queste domande restano aperte e la giurisprudenza dovrà affrontarle.
I mestieri creativi tra automazione e resistenza
Il caso della graphic designer si inserisce in un fenomeno più ampio documentato da diverse ricerche. Il report di Anthropic sull’esposizione lavorativa all’IA, pubblicato a marzo 2026, colloca le professioni artistiche e mediali (arts and media) tra le categorie con esposizione teorica dell’83,7% e un’esposizione osservata — quella che misura l’uso effettivo dell’IA nei contesti professionali — attorno al 19%. Il divario tra potenziale e realtà è ampio, ma la direzione è chiara.
I mestieri creativi più esposti alla competizione dell’IA non sono quelli che richiedono visione artistica, capacità di interpretare un brief complesso o gestione di un processo creativo dall’ideazione alla produzione. Sono quelli che eseguono compiti grafici standardizzati: adattamento di formati, creazione di varianti, produzione di asset ripetitivi, resize per piattaforme diverse, generazione di immagini di stock. Questi compiti — che occupano una quota significativa del tempo di un graphic designer junior — sono esattamente quelli che strumenti come Midjourney, DALL-E, Adobe Firefly e Canva AI svolgono in modo sempre più competitivo.
La traduzione è un altro settore colpito. I traduttori professionali segnalano da mesi un calo della domanda per le traduzioni standard — manuali tecnici, documentazione commerciale, localizzazione di contenuti web — perché molti clienti usano modelli linguistici per una prima bozza che poi viene revisionata (o non revisionata affatto) da un umano. Il lavoro non scompare del tutto ma si trasforma: dalla traduzione alla revisione, dal testo originale al post-editing. Il valore aggiunto umano si sposta verso l’alto — testi letterari, legali, medici, dove la precisione è inderogabile — mentre la base della piramide si contrae. In Italia, dove il settore della traduzione è frammentato tra migliaia di professionisti autonomi e piccole agenzie, l’impatto è già visibile nelle tariffe: i clienti offrono compensi da post-editing (più bassi) per lavori che prima erano pagati come traduzioni originali (più alti), e la resistenza dei traduttori a questa compressione è destinata a crescere.
La reportistica finanziaria e l’analisi dati di routine seguono un pattern simile. I report trimestrali standardizzati, le sintesi di bilancio, le presentazioni con grafici e commenti predefiniti possono essere generati da modelli linguistici in pochi minuti con un livello di qualità accettabile per molti usi interni. Il lavoro umano che resta è quello di interpretazione: leggere i numeri nel contesto del business, identificare anomalie che il modello non coglie, formulare raccomandazioni strategiche che richiedono comprensione del settore e dell’organizzazione. Come per il design e la traduzione, il compito esecutivo cala e il compito interpretativo sale — una dinamica che la Fed di Dallas ha descritto attraverso la distinzione tra conoscenza codificata e tacita.
Il giornalismo è un altro ambito dove la trasformazione è in corso. Le notizie di cronaca basate su dati — risultati elettorali, andamento dei mercati, statistiche sportive — possono essere generate automaticamente con buona qualità. Il giornalismo investigativo, l’analisi approfondita, l’intervista, il reportage sul campo restano compiti che richiedono giudizio, relazioni umane e conoscenza del contesto. Ma le redazioni, sotto pressione economica da anni, possono usare l’automazione delle notizie routine per ridurre il numero di giornalisti necessari — aggravando un settore già in difficoltà.
I dati del WEF e l’esposizione nei settori creativi
Il World Economic Forum, nel suo Future of Jobs Report aggiornato al 2025, ha stimato che le professioni creative a maggiore rischio di trasformazione includono il design grafico esecutivo, la produzione video di base, la copywriting standardizzata, la gestione dei social media basata su template e la traduzione tecnica. In ciascuno di questi ambiti, l’IA non elimina la professione ma ne riduce il fabbisogno quantitativo: servono meno persone per produrre lo stesso volume di output, oppure le stesse persone producono molto di più, il che riduce la necessità di nuove assunzioni.
I dati del WEF convergono con quelli di Anthropic su un punto: le professioni creative che combinano competenze tecniche con giudizio interpretativo, capacità di gestire la relazione con il cliente e visione strategica restano meno esposte. Un direttore creativo che definisce la direzione artistica di una campagna non è sostituibile da un tool AI. Un graphic designer che applica quella direzione a cinquanta formati diversi per cinquanta piattaforme diverse — forse sì. La linea di demarcazione corre tra la concezione e l’esecuzione: l’IA eccelle nell’esecuzione standardizzata, ma non nella concezione originale. I professionisti creativi che riescono a posizionarsi dal lato della concezione sono al sicuro; quelli che restano dal lato dell’esecuzione competono direttamente con la macchina.
L’AI Act e la tutela dei lavoratori creativi
Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale classifica come ad alto rischio i sistemi AI utilizzati nell’ambito dell’occupazione, della gestione dei lavoratori e dell’accesso al lavoro autonomo. Questo significa che un sistema AI usato per decidere chi assumere, promuovere o licenziare deve rispettare requisiti stringenti di trasparenza, documentazione e sorveglianza umana. Il punto è rilevante per il futuro: se un’azienda utilizza un modello linguistico per valutare la produttività di un dipendente creativo e poi decide di sopprimerne la posizione, il sistema AI rientra nell’ambito dell’AI Act e deve rispettare gli obblighi previsti.
Il tema del diritto d’autore aggiunge un ulteriore livello di complessità. I modelli di IA generativa per immagini sono stati addestrati su miliardi di immagini scaricate dal web, molte delle quali protette da copyright. Diverse cause sono in corso negli Stati Uniti e nel Regno Unito contro i laboratori che hanno usato opere protette senza autorizzazione. In Europa, l’AI Act (articolo 53) impone ai fornitori di modelli general purpose di rendere disponibile una sintesi dettagliata dei contenuti utilizzati per l’addestramento, proprio per consentire ai titolari dei diritti di verificare se le proprie opere sono state utilizzate. Per i professionisti creativi, questo apre uno spazio di tutela che è ancora in costruzione.
Cosa cambia per i professionisti creativi italiani
Per i professionisti creativi italiani, il messaggio che emerge dalla sentenza di Roma e dai dati internazionali è duplice. Da un lato, il diritto del lavoro italiano offre protezioni strutturali — obbligo di giustificato motivo, repêchage, consultazione sindacale — che non esistono in altri ordinamenti e che impediscono licenziamenti automatici o pretestuosi legati all’adozione dell’IA. Dall’altro, queste protezioni non impediscono la trasformazione del lavoro: se un’azienda in crisi reale sopprime un ruolo e dimostra che le attività residue possono essere svolte con strumenti AI, il licenziamento è legittimo.
La risposta per i professionisti non è resistere all’IA ma riposizionarsi rispetto ad essa. Chi lavora nel design, nella traduzione, nella produzione di contenuti deve chiedersi quale parte del proprio lavoro è automatizzabile e quale no — e investire nella parte che non lo è. Il giudizio estetico, la capacità di interpretare un brief ambiguo, la gestione del rapporto con il cliente, la direzione creativa di un progetto complesso sono competenze che l’IA non replica. L’esecuzione tecnica standardizzata — formati, varianti, adattamenti, traduzioni di routine — è il terreno dove l’IA compete e, sempre più spesso, vince.
Il caso della graphic designer di Roma non è isolato. È il primo di una serie che vedremo crescere nei prossimi mesi e anni, man mano che le imprese italiane integreranno strumenti di IA nei processi creativi e produttivi. Per i professionisti che leggono questi segnali in tempo, c’è ancora lo spazio per adattarsi. Per chi li ignora, il rischio è di trovarsi nella posizione della ricorrente di Roma: con competenze che non servono più nel contesto in cui operano.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
