Normativa AI

L’Intelligenza Artificiale: lo Strumento e l’Equivoco del Soggetto

di don Federico Pichetto*

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Questo testo apre una serie di contributi che il vicepresidente del comitato tecnico scientifico di AIPIA offre al comitato, all’associazione e a tutti coloro che si accostano oggi al rapporto tra IA ed etica. In questa prima riflessione si delineano le questioni antropologiche di fondo che costituiranno l’ossatura delle considerazioni successive.

Il rapporto tra intelligenza artificiale ed etica è oggi al centro di riflessioni che convergono su tre ordini di problemi: il legame tra innovazione tecnologica e controllo umano dell’innovazione, la necessità che le potenzialità dell’IA non siano funzionali ad un certo potere politico ma siano a disposizione di tutti e – infine – la relazione tra l’ampliamento delle possibilità derivanti dall’intelligenza artificiale e i limiti morali che tale ampliamento impone. In poche parole, la grande questione che oggi si pone a chi si accosta al tema dell’IA è chi decide e chi controlla quella che – a tutti gli effetti – è la vera prima rivoluzione del XXI secolo. Queste questioni sono oggi al centro dei principali framework internazionali, come quelli promossi da UNESCO e Unione Europea.

Questo contributo, pensato per il comitato scientifico di un’associazione di professionisti, vuole essere una riflessione sintetica e chiara sulle aree tematiche più rilevanti che definiscono la questione etica dell’intelligenza artificiale. È un contributo che non si ferma solo al ristretto ambito di AIPIA, ma cerca di intercettare tutti coloro che oggi si pongono in atteggiamento critico – ma costruttivo – verso l’intelligenza artificiale.

L’IA è una realtà di fatto non più contestabile: quanto prima il mondo farà i conti con quest’evidenza, tanto prima si potrà discutere sul vero tema che questa realtà sottende. Infatti, senza disperdersi in tecnicismi o moralismi, la realtà dell’intelligenza artificiale pone una questione circa la definizione stessa di intelligenza, la ricerca di ciò che artificiale non è e l’essenza stessa della parola realtà.

L’intelligenza come processo, non come soggetto

Quando parliamo di intelligenza spesso ci riferiamo alla facoltà dell’uomo di capire, di comprendere e di rielaborare. L’intelligenza, in realtà, se è accostata all’uomo – se è dell’uomo – è un processo, è uno strumento che permette la costruzione di un sapere. La prima sfida che si trova oggi davanti l’intelligenza artificiale è che possa essere confusa con un soggetto portatore di coscienza. Infatti, l’ipotesi di macchine definite consapevoli, che fossero in grado di usare processi metacognitivi per costruire un sapere capace di influire sulle scelte e sui comportamenti della macchina fino a metterli in discussione e cambiarli, è la chimera attuale dell’intelligenza artificiale.

Che cos’è umano?

Artificiale, del resto, richiama l’esistenza di un’intelligenza umana. Che cos’è umano? L’umano è ciò che è imperfetto, ciò che è fragile, ciò che non vuole – ma non evita – il dolore. Fin dal mondo greco non esiste una vera dimensione razionale che non si confronti con la dimensione patetica, emotiva, dell’individuo. Il rapporto tra IA e dolore, tra IA e debolezza, tra IA e fragilità è quindi decisivo per cogliere lo specifico umano: l’errore e la povertà sono necessari al conoscere e al progredire dell’uomo, come lo sono il contesto delle relazioni e l’assoluta libertà. Macchine capaci di contemplare questo in una comunità, e di incorrere con consapevolezza nella rielaborazione emotiva del vissuto in modo originale e libero, costituirebbero un salto evolutivo irreversibile.

La realtà come presenza

Certo, resterebbe un ultimo punto circa il senso della parola realtà. Siamo abituati a concepire la realtà in maniera scientista, come un insieme di dati. Ma la realtà, al pari dell’uomo, è anzitutto qualcosa che c’è, è un dato in sé che certamente è costituito da un insieme di dati intellegibili, ma che non eliminano il carattere ultimo di ogni elemento del reale: la sua presenza. Una macchina che sapesse rapportarsi alla realtà come presenza metterebbe in discussione le peculiarità dell’essere umano.

L’uomo soggetto dell’evoluzione

Il processo di costruzione della consapevolezza, l’imperfezione umana e la realtà come presenza sono quindi le tre grandi aree attorno alle quali si andrà costituendo una parte della riflessione di AIPIA per offrire a tutti, professionisti di ogni categoria, strumenti che possano aiutare a governare l’IA, a conoscerla e a impiegarla. L’IA non può essere un soggetto, bensì uno strumento evoluto a servizio dell’uomo: questa è la base dell’etica che qui si propone. Il punto, quindi, non è se l’intelligenza artificiale evolverà, ma se l’uomo saprà restare il soggetto di questa evoluzione.

Di questi temi – politici, etici, giuridici e operativi – ci occuperemo nei contributi successivi.


* Vicepresidente Comitato Tecnico Scientifico AIPIA

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