L’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano ha diffuso il 21 maggio 2026 i dati della rilevazione 2025-2026. Il numero che ha fatto il giro delle redazioni economiche è uno: il 76% delle piccole e medie imprese italiane non ha investito né prevede di investire in intelligenza artificiale. Tre aziende su quattro, in un Paese in cui le PMI valgono la quasi totalità del tessuto produttivo.
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ToggleIl dato si presta a una lettura facile, quella del ritardo tecnologico. È una lettura parziale.
Perché accanto al 76% l’Osservatorio mette in fila altre due cifre che pesano di più. Solo il 7% delle PMI ha avviato programmi strutturati di formazione sull’AI. E il 47% non ha svolto alcuna attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni. Messi insieme, questi numeri raccontano una storia diversa da quella della tecnologia mancante. Raccontano un’impreparazione organizzativa che viene prima del software.
Cosa misura davvero quel 76%
La tentazione è leggere la mancata adozione come una questione di budget. Le PMI non comprano AI perché costa, perché i margini sono stretti, perché i fornitori parlano una lingua da grandi imprese. C’è del vero. Ma il quadro dell’Osservatorio suggerisce che il vincolo non sia principalmente economico.
Il vincolo è di lettura del problema.
Un’azienda investe in una tecnologia quando ha identificato un processo da cambiare e qualcuno in grado di guidarne il cambiamento. Quando manca questa lettura, l’AI resta un’etichetta astratta, una voce di spesa senza un mandato chiaro. Il 47% che non fa ricerca e sviluppo da tre anni descrive imprese che hanno smesso di interrogarsi sui propri processi. In quel contesto l’intelligenza artificiale non trova un punto di innesto, perché non c’è un’organizzazione che si stia chiedendo dove servirebbe.
Il rischio, allora, non è anzitutto tecnologico. È competitivo.
La preparazione conta più dell’adozione
Tra due imprese dello stesso settore, quella che ha formato anche solo una manciata di persone a leggere e governare gli strumenti di AI parte con un vantaggio che non si recupera comprando licenze. Sa quali problemi affrontare per primi, sa distinguere un fornitore serio da uno che vende fumo, sa misurare se uno strumento sta producendo valore o solo attività.
È qui che il 7% diventa il numero da guardare.
Significa che meno di un’impresa su tredici sta costruendo la capacità interna di assorbire la tecnologia. Le altre, anche quando compreranno, lo faranno senza una bussola. E acquistare AI senza saperla governare produce delusioni rapide: progetti pilota che non scalano, abbonamenti dimenticati, dipendenti che usano strumenti consumer fuori da ogni controllo aziendale. La spesa cresce, il valore no.
L’Osservatorio del Politecnico osserva da anni un divario che si allarga lungo la dimensione dell’impresa. Le grandi aziende corrono, dispongono di funzioni dedicate, possono permettersi errori e ripartenze. La PMI ha un solo tentativo a disposizione, spesso affidato all’imprenditore stesso o a una persona già impegnata su altro. Quel tentativo riesce solo se a monte c’è stata formazione.
Vale la pena fermarsi su questa asimmetria, perché spiega molto del ritardo italiano. Una grande impresa che avvia dieci progetti di intelligenza artificiale può permettersi che otto falliscano, purché due funzionino e indichino la strada. È la logica del portafoglio di scommesse, applicabile solo da chi ha risorse abbondanti. La micro impresa non ha un portafoglio. Ha una scommessa sola, e se va male ha bruciato il budget e la fiducia interna per anni. Questa differenza di tolleranza all’errore, più del divario di budget, spiega perché le piccole imprese aspettino. Aspettano che qualcun altro abbia sbagliato al posto loro, che i prodotti si siano consolidati, che il rischio sia sceso. È una prudenza razionale dal punto di vista del singolo, e disastrosa dal punto di vista del sistema, perché mentre tutti aspettano il Paese arretra.
Perché la formazione resta ferma al 7%
Le ragioni del 7% sono concrete, non culturali.
La prima è il tempo. In un’impresa di dieci persone togliere un giorno a due dipendenti per formarli significa fermare una parte della produzione. La seconda è la difficoltà di trovare formazione tarata sulla PMI invece che sul reparto IT di una multinazionale. La terza è l’assenza di un riferimento esterno credibile: l’imprenditore non sa a chi rivolgersi e diffida, a ragione, di chi promette miracoli in mezza giornata.
Esiste poi un problema di riconoscibilità delle competenze acquisite. Chi investe tempo e denaro nella formazione vuole un esito verificabile, qualcosa che resti e che valga anche fuori dall’azienda. Senza un attestato che certifichi il percorso, la formazione si percepisce come costo a fondo perduto invece che come asset.
Le associazioni professionali stanno provando a colmare questo spazio. AIPIA propone percorsi di formazione aziendale sull’intelligenza artificiale disegnati per organizzazioni che partono da zero, con l’obiettivo di costruire prima la capacità di lettura e poi quella tecnica. È un’inversione rispetto alla logica del tool: si parte dai processi, non dal software.
Il divario di competenze non si compra all’ultimo
C’è un equivoco diffuso tra gli imprenditori che osservano da fuori il fenomeno dell’AI. L’idea che, quando la tecnologia sarà matura e a buon mercato, basterà comprarla per recuperare il tempo perso. È un ragionamento che funziona per i macchinari e non per le competenze.
Un tornio a controllo numerico si compra e, con un breve addestramento, si usa. La capacità di leggere i propri processi e capire dove l’intelligenza artificiale produce valore, invece, non si acquista in un pomeriggio. Si sedimenta nel tempo, attraverso tentativi, errori, piccoli successi che insegnano. È un sapere organizzativo, non un oggetto.
Questo è il vero pericolo nascosto nel 76%.
L’impresa che oggi rinuncia non sta solo rimandando un acquisto. Sta rinunciando ad avviare la curva di apprendimento che, tra tre o quattro anni, distinguerà chi sa usare l’AI da chi possiede soltanto la licenza. Quando i prodotti standardizzati arriveranno e costeranno poco, due imprese li compreranno allo stesso prezzo. Solo che una avrà alle spalle anni di pratica e l’altra dovrà cominciare da capo, contro concorrenti già rodati. Il divario tecnologico si chiude con un bonifico. Il divario di competenze, no.
Il manifatturiero che rischia di restare indietro
Il 76% non è distribuito in modo uniforme. Pesa di più dove l’Italia ha la sua forza, ossia nelle filiere manifatturiere fatte di microimprese fornitrici di componenti, lavorazioni, servizi specializzati. Sono le aziende che reggono le esportazioni nazionali e che, proprio per la loro specializzazione, hanno il margine maggiore di guadagno da strumenti che ottimizzano preventivi, controllo qualità, programmazione della produzione.
Eppure sono le più lontane dall’AI.
Il paradosso è che la specializzazione, che le ha rese competitive nei decenni passati, oggi le isola. Una micro fonderia che fa un solo tipo di lavorazione benissimo non ha al suo interno nessuno che si occupi di tecnologia digitale, e non ne ha mai avuto bisogno. Quando un cliente più grande, magari estero, comincia a chiedere fornitori capaci di dialogare con i suoi sistemi automatizzati, quella micro impresa scopre di colpo un divario che non sapeva di avere.
È lo scenario che l’Osservatorio invita a non sottovalutare. La mancata adozione non produce un danno immediato e visibile. Produce un’erosione lenta della posizione competitiva, che diventa evidente solo quando un concorrente o un committente ha già cambiato le regole del gioco.
La filiera, in questo, funziona come una catena di trasmissione. Quando un grande committente, magari un gruppo automobilistico estero, integra l’AI nei propri processi di acquisto e di qualità, comincia a chiedere ai fornitori di adeguarsi. Vuole preventivi che dialoghino con i suoi sistemi, dati di qualità tracciati in modo automatico, tempi di risposta che solo un fornitore attrezzato può garantire. A quel punto la micro impresa fornitrice non sceglie più se adottare l’AI. Le viene imposto, dall’esterno, con un preavviso che spesso non basta a costruire le competenze necessarie. Chi si è mosso prima si adegua. Chi è fermo al 76% perde la commessa.
Cosa può fare un’impresa che parte da zero
La risposta non è un grande piano di investimenti. È una sequenza di passi piccoli e ordinati.
Identificare un processo che consuma tempo ripetitivo. Formare una o due persone a usare uno strumento di AI su quel processo specifico. Misurare il risultato in settimane, non in mesi. Solo a quel punto decidere se estendere. È un metodo che costa poco e che soprattutto costruisce dentro l’azienda la competenza per decidere i passi successivi.
Il vantaggio di questo approccio è che inverte il rapporto di forza tra impresa e tecnologia. Invece di subire l’AI come un’ondata da rincorrere, l’azienda la mette al lavoro su un problema che conosce bene, dove può giudicare se il risultato è buono. Su un processo familiare l’imprenditore distingue subito se lo strumento sta aiutando o complicando. Su un progetto ambizioso e astratto, no, e finisce per affidarsi al fornitore. Partire piccolo significa restare padroni del giudizio.
Conta anche la scelta della prima persona da formare. Non deve essere necessariamente la più giovane o la più esperta di computer, come spesso si crede. Deve essere chi conosce meglio il processo che si vuole cambiare, perché è quella conoscenza, unita a una competenza di base sull’AI, a produrre i risultati. Lo strumento si impara in fretta. Il processo, no.
Chi vuole un riferimento più strutturato può legare la formazione a un percorso che si chiude con una credenziale verificabile, come il corso AI di base con credenziale europea, pensato per dare ai dipendenti una competenza spendibile e all’impresa una prova del proprio investimento.
Quel 76% non è un verdetto definitivo, è una fotografia di partenza. Le imprese che oggi vi rientrano possono uscirne, e a costi modesti, se accettano di cominciare dal lato giusto del problema. Il punto è non lasciarsi paralizzare dalla scala apparente della sfida. Nessuna PMI deve diventare esperta di intelligenza artificiale dall’oggi al domani. Deve solo fare il primo passo bene, e poi il secondo, costruendo la competenza un processo alla volta. È la lentezza ordinata, non il grande salto, a spostare un’impresa dal 76% alla parte del Paese che si sta attrezzando.
Il punto resta quello iniziale. Il 76% di PMI fuori dall’AI non descrive un Paese che non può permettersi la tecnologia. Descrive un Paese che non ha ancora costruito le persone capaci di usarla. La tecnologia, quando servirà davvero, sarà già lì, a prezzi sempre più bassi. Le competenze per governarla, no. Quelle si costruiscono prima, e chi comincia adesso compra un vantaggio che il 76% non potrà recuperare con un acquisto.
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
