L’intelligenza artificiale in medicina è già al lavoro in molti ospedali italiani: analizza radiografie nei reparti di radiologia e oncologia, ordina per priorità le liste di referti, segnala valori fuori norma in serie di esami del sangue. Non è una prospettiva futura: è il contesto in cui migliaia di pazienti si trovano oggi, spesso senza saperlo. Eppure quasi un italiano su due non è disposto ad accettarla nella propria diagnosi. Quella diffidenza non nasce dall’ignoranza: nasce dalla mancanza di informazioni su cosa succede davvero quando un software entra nel percorso di cura, chi lo controlla e quali diritti il paziente ha già per legge.
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ToggleQuasi un italiano su due non accetta gli algoritmi nella diagnosi
Il rapporto “Innovation Starting-point: Prospettive passate e future in Sanità” della Fondazione Mesit, presentato all’Health Innovation Show 2026 e condotto su 1.411 maggiorenni residenti in Italia con ALTEMS dell’Università Cattolica, CEIS-EEHTA dell’Università di Roma Tor Vergata e il Centro di ricerca “Innovazione e Salute” di Roma Tre, fotografa un rapporto netto tra italiani e tecnologia sanitaria.
Da un lato, i benefici dell’innovazione sono riconosciuti in modo ampio: otto italiani su dieci ritengono che abbia reso le cure più efficaci e abbia migliorato la diagnosi precoce. Il 79,2% è disposto a usare dispositivi per il monitoraggio a distanza dei parametri di salute, come saturimetri o holter cardiaci connessi. Dall’altro lato, quando la domanda riguarda i sistemi di intelligenza artificiale a supporto della diagnosi, il 48,6% si dice poco o per niente disposto ad accettarli. La percentuale è quasi identica, il 48,4%, per la scelta della terapia. La disponibilità piena si ferma al 18,5%.
La differenza rispetto alla telemedicina ha una spiegazione diretta. Un saturimetro collegato a distanza misura un valore che il paziente capisce e che un medico legge. Un algoritmo che analizza una radiografia sposta altrove il momento del giudizio clinico: su un calcolo che il paziente non vede, fatto da uno strumento che non conosce, in un passaggio che non controlla. Il rapporto registra anche il timore che l’innovazione renda più impersonale il rapporto con medici e infermieri: lo condivide il 63,2% degli intervistati. La fiducia nei medici resta alta, a 7,01 su 10. La domanda che resta aperta, per chi si siede davanti a un referto, è sempre la stessa: chi ha deciso davvero?
Come lavora l’intelligenza artificiale in sanità
Nella pratica clinica i sistemi di intelligenza artificiale in sanità operano quasi sempre come strumenti di supporto alla lettura, non come decisori autonomi. Un software di analisi delle immagini evidenzia un’area sospetta in una tomografia computerizzata, segnala un addensamento in una radiografia del torace, misura le dimensioni di una lesione in una risonanza magnetica. Un sistema di analisi dei dati di laboratorio segnala una combinazione di valori che corrisponde a un profilo a rischio per una certa patologia. Un algoritmo di triage digitale ordina per urgenza una lista di referti che il medico deve leggere.
In tutti questi casi il risultato arriva a un professionista, che lo valuta, lo accetta, lo corregge o lo scarta. Il software non firma il referto: lo firma il medico. La questione che la legge e i regolamenti europei hanno cercato di rispondere è precisamente questa: quali garanzie esistono perché quel passaggio intermedio sia reale, trasparente e non meramente formale?
Molti di questi software sono a tutti gli effetti dispositivi medici regolati dalla normativa europea. Il Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, considera ad alto rischio i sistemi che sono componenti di sicurezza disciplinati dalla normativa sui dispositivi medici (allegato I) e sottoposti a valutazione di conformità da parte di un organismo terzo. Il calendar degli obblighi per questa categoria è stato rivisto nel 2026 dal Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus: le norme esistono già, l’applicazione pratica procede per gradi con scadenze differenziate a seconda della tipologia di sistema.
La legge italiana garantisce già al paziente il diritto di sapere
Per il paziente italiano il riferimento normativo più diretto è la Legge 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025. L’art. 7 è dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario e contiene alcune disposizioni che rispondono in modo diretto ai dubbi registrati dal rapporto Mesit.
Il comma 3 stabilisce il diritto dell’interessato a essere informato sull’impiego di tecnologie di intelligenza artificiale nel proprio percorso di cura. Non è un diritto generico: è una norma che obbliga la struttura a comunicare al paziente che un sistema di AI ha partecipato all’analisi del suo caso, se richiesto. Il comma che riguarda il ruolo del medico definisce questi sistemi come strumenti di supporto nei processi di prevenzione, diagnosi, cura e scelta terapeutica, lasciando la decisione finale sempre in capo agli esercenti la professione medica. La firma sul referto non può essere quella di un algoritmo.
L’art. 7 stabilisce anche il divieto di usare l’intelligenza artificiale per selezionare o condizionare l’accesso alle prestazioni sanitarie con criteri discriminatori. Dati, sistemi e modelli devono essere affidabili, verificati e aggiornati periodicamente. In altri termini: la legge italiana dice già oggi che il paziente ha diritto di sapere, che il medico rimane il decisore e che l’AI non può diventare un filtro selettivo nell’accesso alle cure.
Una guida completa al calendario e ai livelli di rischio dell’AI Act, con un approfondimento sulla Legge 132/2025, è disponibile nella guida AI Act di AIPIA. La pagina dedicata alla Legge 132/2025 raccoglie i punti principali in un linguaggio accessibile anche a chi non è giurista.
Gli obblighi dell’AI Act per ospedali e strutture
L’AI Act aggiunge obblighi che si rivolgono direttamente a ospedali, cliniche e laboratori che usano sistemi ad alto rischio. L’art. 14 stabilisce che chi supervisiona un sistema di questo tipo ne deve comprendere le capacità e i limiti e deve restare consapevole della tendenza a fidarsi automaticamente dell’output, fenomeno che gli esperti chiamano distorsione dell’automazione. In pratica: il medico che lavora con un sistema di AI deve sapere quando l’AI sbaglia, quali sono i casi in cui è meno affidabile e come si corregge il suo risultato. Deve anche poter decidere di non usarlo o di ignorarne il risultato in casi specifici.
L’art. 26 impone a chi usa questi sistemi di affidare la sorveglianza a persone con competenza, formazione e autorità adeguate. Non basta avere il software: serve personale formato che sappia gestirlo. L’art. 4 chiede a fornitori e a chi usa i sistemi di adottare misure per garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale del proprio personale. Per un ospedale questo vuol dire medici e tecnici che sanno spiegare cosa fa il software, dove lavora e dove no. Per il paziente, un interlocutore in grado di rispondere a domande concrete invece di rispondere con un generico “usa l’AI”.
Queste norme esistono già. Il problema, nel 2026, non è l’assenza di regole: è che molti ospedali e strutture non hanno ancora completato i percorsi di formazione e governance richiesti, e molti pazienti non sanno di avere diritti esigibili.
Cinque domande sull’intelligenza artificiale in medicina da portare in ambulatorio
Il diritto a essere informati vale concretamente solo se il paziente sa cosa chiedere. Queste cinque domande sono legittime, precise e non mettono in discussione la competenza del medico: la legge 132/2025 e l’AI Act le supportano in modo esplicito. Portarle in ambulatorio è un atto di cura verso sé stessi, non un atto di sfiducia.
- Nel mio esame è stato usato un software di intelligenza artificiale, e per fare cosa esattamente?
- Chi ha controllato il risultato del sistema e chi firma il mio referto?
- Il medico ha condiviso o corretto quello che il sistema ha segnalato, oppure il risultato è stato accettato senza verifica?
- Il software usato è un dispositivo medico autorizzato per questo tipo di esame?
- Se ho dubbi sul modo in cui l’AI ha partecipato alla mia valutazione, a chi posso rivolgermi nella struttura?
La quinta domanda è quella che spesso manca nel colloquio: sapere a chi riferirsi dentro la struttura se sorge un dubbio. L’AI Act prevede che le strutture abbiano processi di sorveglianza interna: quella figura esiste, anche se non sempre è stata comunicata al paziente. Chiedere non costa nulla e obbliga la struttura a rendere conto di un percorso che, per legge, deve essere trasparente.
Nessuna di queste domande richiede una risposta tecnica da parte del paziente. Richiedono che chi usa il sistema in corsia abbia capito cosa fa, perché l’AI Act e la Legge 132/2025 lo chiedono esattamente in quei termini. Un paziente che fa queste domande non è un problema per il medico: è il segnale che il rapporto di fiducia regge anche quando la tecnologia entra nel mezzo.
L’alfabetizzazione come prevenzione: il gradiente sociale che il rapporto non nasconde
Il dato forse più rilevante del rapporto Mesit è quello meno visibile. La percezione dei benefici dell’innovazione sanitaria cala con l’età: dal 63,1% tra i 18-34 anni al 50,5% tra gli over 65. Cala anche con le difficoltà economiche: il 60,4% tra chi affronta le spese con facilità, contro il 51,0% tra chi fatica ad arrivare a fine mese. Il 65,2% degli intervistati ritiene almeno abbastanza probabile che l’innovazione sanitaria aumenti le differenze nell’accesso alle cure, una preoccupazione che attraversa tutte le fasce d’età. Il 39,1% del campione non ha mai sentito parlare di intelligenza artificiale applicata all’oncologia, un ambito in cui l’AI lavora già sulla diagnosi precoce in numerosi centri italiani.
Chi conosce meno gli strumenti tende a fare meno domande, a capire meno le risposte e a restare ai margini di tecnologie che potrebbero anticipare una diagnosi. L’alfabetizzazione digitale in sanità, da questo punto di vista, è una forma di prevenzione. Non nel senso di trasformare ogni paziente in un tecnico informatico, ma nel senso di dare a ciascuno il vocabolario minimo per capire cosa sta succedendo nel proprio percorso di cura e per esercitare i diritti che la legge già garantisce.
Il rapporto Mesit misura una fiducia nei medici ancora alta: 7,01 su 10. È su quella fiducia, più che sulla fiducia nell’algoritmo, che si costruisce l’accettazione dell’intelligenza artificiale in medicina. Un paziente che sa che il medico controlla il software, che ha il diritto di chiedere e che la legge lo protegge, tende a considerare l’AI uno strumento in mano a chi lo cura, non un sostituto.
Per chi lavora in sanità e vuole capire come governare questi strumenti con metodo, il Corso AI Base con credenziale europea di AIPIA copre le basi dell’intelligenza artificiale, il quadro normativo e le applicazioni pratiche in settori professionali diversi, compresa la sanità. AIPIA conta oggi oltre 1.188 soci e ha rilasciato 241 credenziali a professionisti che lavorano con l’intelligenza artificiale in Italia.
Domande frequenti
Ho il diritto di sapere se un sistema di AI ha analizzato i miei esami?
Sì. La Legge 132/2025, art. 7, comma 3, stabilisce il diritto dell’interessato a essere informato sull’impiego di tecnologie di intelligenza artificiale nel proprio percorso di cura. Puoi richiederlo esplicitamente al medico curante o alla struttura sanitaria.
L’intelligenza artificiale può prendere decisioni mediche al posto del medico?
No. La Legge 132/2025 definisce questi sistemi come strumenti di supporto e stabilisce che la decisione finale spetta sempre agli esercenti la professione medica. L’AI Act aggiunge l’obbligo di sorveglianza umana per i sistemi ad alto rischio, con la possibilità per il professionista di ignorare il risultato del sistema in qualunque momento.
Da quando valgono le regole europee sull’AI in sanità?
Il Regolamento (UE) 2024/1689 è già in vigore. Il calendario degli obblighi per i sistemi ad alto rischio, tra cui quelli usati come componenti di dispositivi medici, è stato aggiornato dal Regolamento (UE) 2026/1744: le scadenze principali sono fissate tra il 2027 e il 2028. Le norme esistono: l’applicazione pratica è graduale.
Cosa posso fare se non ricevo risposta alle mie domande in ospedale?
Puoi rivolgerti all’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico (URP) della struttura, che ha l’obbligo di rispondere alle segnalazioni dei pazienti. In caso di uso discriminatorio dell’AI nell’accesso alle prestazioni, il divieto è esplicito nella Legge 132/2025, art. 7. Per questioni legate al trattamento dei dati personali, l’autorità competente è il Garante per la protezione dei dati personali.
Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA
di Redazione AIPIA
Contenuti a cura della redazione dell'Associazione Italiana Professionisti dell'Intelligenza Artificiale.
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